SULL’ABBATTIMENTO DELLE STATUE

E’ giusto distruggere o abbattere una statua?

Alcuni credono di no perché “c’è in gioco la storia”. E’ come se abbattendo una statua ci si volesse liberare di una parte della storia. La si volesse cancellare, negare. Reinterpretare con le nostre categorie di contemporanei. E’ davvero così? Forse qualsiasi considerazione sull’abbattimento delle statue dovrebbe partire da una riflessione sulla natura della storia, dell’uomo e delle statue stesse.

Partirei da quest’ultime, mi sembra la cosa più facile.

Perché si costruiscono le statue? Per commemorare una persona. Non solo per questo, ma soprattutto per questo. Riteniamo che una certa persona meriti stima duratura. Oppure lo ritiene la persona stessa, se è un dittatore. Perché spesso le statue se le costruiscono i tiranni.

Non ci sono più statue di Mussolini in Italia, ma neppure di Francisco Franco in Spagna. E neppure di Lenin. E questo nonostante esistano di certo seguaci di tali signori ancora oggi. In una democrazia, però, la loro voce non può superare quella di chi la difende. Ma una democrazia che impedisca ad alcuni di erigere delle statue ai loro beniamini politici, che oggi sembrerebbero inoffensivi dato che sono morti, è una democrazia vera, solida? O si potrebbe invece definire una democrazia che esercita  la sua dittatura, la cosiddetta dittatura della maggioranza ad esempio, su certe idee ormai inoffensive, e comunque poco pericolose? Ma tali signori ormai morti degni di statue sono davvero inoffensivi? Il fatto che abbiano ancora dei seguaci sembrerebbe suggerire il contrario, ed è questo il punto vero che la democrazia intende tener fermo? Che questi seguaci cioè non possono usare le statue come simboli di qualcosa che può sempre tornare?

Prendiamo il caso delle statue dei signori razzisti e schiavisti del sistema sudista americano. Perché difenderne la presenza? Perché difendere il loro nome associato a basi militari o musei, o biblioteche pubbliche negli Usa? Le loro idee erano sbagliate, gravemente sbagliate, e sono state combattute – anche per ipocrisia, per carità – da un’altra parte che ha vinto, la parte nordista del paese. Esattamente come le idee di Hitler sono state combattute da altri ipocriti, ossia gli inglesi dell’impero razzista e gli americani dell’apartheid,  ma alla fine sono state vinte perché ritenute ancora più pericolose, e poco utili allo status quo planetario. Il sistema sudista era stato ritenuto peggiore di quello nordista, e di sicuro poco utile per gran parte del paese, e alla fine ha perso. Poi è tornato a galla con l’apartheid, è vero, ma il tentativo di esautorarlo nel frattempo era stato compiuto. E il fatto che sia tornato a galla dimostra semmai la propria pericolosità nel tempo, e quindi le ragioni per continuare a condannarlo, per condannarlo anzi ancora di più.

Di conseguenza, ci si dovrebbe stupire del contrario, non che ci si accanisca su delle statue oggi, ma piuttosto che sia stato accettato per decenni di lasciarle dove stavano. Non costituivano infatti l’emblema di qualcosa che non era di fatto ancora morto, tutt’altro? Ma forse è proprio questo il motivo per cui non sono state tolte, perché il sistema innanzitutto mentale del razzismo e della discriminazione che non è mai morto nei fatti è stato in grado di impedirlo? Una sorta di concessione della parte bianca vincente – e ipocrita, dicevo: e questo esempio, io credo, sembra dimostrarlo – a quella, sempre bianca, perdente?

Una faccenda tra cosiddetti bianchi insomma, sempre cioè tra i bianchi dominanti, pensata per rimanere sopra le teste dei cosiddetti neri?

Certo, uno schiavista potrebbe aver dedicata un statua perché è stato un combattente contro gli inglesi oppressori, o uno scienziato. Ma questo dovrebbe far dimenticare il fatto che sia stato un sudista schiavista? Che abbia combattuto contro gli inglesi lo si può scrivere sui libri di storia; che abbia creato un’opera intellettuale sarà testimoniato dall’opera stessa, il vero monumento alla sua intelligenza. Ma con la statua si nobilita un uomo nella sua interezza. Senza fare distinzioni tra pro e contro. E questo non è ammissibile per uno che comunque era uno schiavista. Del resto, per lo stesso motivo mi chiedo se abbia un senso erigere statue per dei singoli uomini, un sorta di culto della personalità che sembra non fare i conti non solo con i chiari scuri della natura umana, ma della storia. Forse le statue dovrebbero essere pensate provvisorie, se proprio occorre crearle per le necessità da manuale di psicoanalisi dei contemporanei o dei posteri, in modo da essere collocate su un piedistallo, sì, ma solo appoggiate, per essere facili da rimuovere appena venga considerato necessario, appena sia cambiato lo spirito dei tempi e il giudizio sulle persone rappresentate.

Infatti il giudizio degli uomini può cambiare nel tempo, mentre la statua intende esprimere un senso di immutabilità che non è nella natura delle cose, anche se  a molti piacerebbe. Se “le statue rimovibili” esistessero già da tempo non ci sarebbero stati tumulti violenti come quelli attuali contro di esse, e non saremmo qui oggi a condannare la violenza di gesti del genere. Potremmo invece provare a concentrarci sulla vera questione, su cosa ci sia di giusto o sbagliato nelle rivendicazioni di chi non vuole sul piedistallo uomini collusi con lo schiavismo tanti anni prima – compreso Colombo, che schiavista fu -. Non è vero infatti – dicono alcuni – che li si condanna con la sensibilità di noi moderni?

Se questo fosse vero, significherebbe comunque che il signore messo su una statua ne contraddirrebbe la natura (della statua): la statua infatti non vuole significare qualcosa di immutabile? E come fa ad essere tale il giudizio su una persona? Con quale arroganza chi eresse la statua si arrogò il diritto di giudicare quell’uomo anche per i posteri? Perché questo una statua fa, cristallizza il giudizio di un’epoca su una persona senza porsi problemi anche di tipo storico, prima ancora che morale; senza porsi il problema che la mentalità, per l’appunto, cambia con le epoche. Chi fa una statua maltratta la storia e il processo di cambiamento nel tempo che la riguarda sia dal punto di vista dei fatti raccolti che della loro interpretazione almeno quanto chi la vuole distruggere. Forse l’unico modo accettabile per creare statue è vederle realizzate dai popoli con cui i vari personaggi sono venuti a contatto, non dal proprio. Capovolgendo un vecchio detto, infatti, molti, troppi sono profeti in casa propria; è facile apparire mitico tra gli inglesi se ti chiami Churchill: un po’ meno tra gli indiani o i sudafricani non bianchi di tutte le epoche…

Davvero il generale Lee merita una statua perché ha combattuto per la sua nazione razzista? Perché è stato un buon patriota? Ma proprio di lui non si può dire che sia stato vittima della mentalità del tempo in quanto chi combatteva gli mostrava che una mentalità del genere era già allora anacronistica. Non voleva neppure accettare il cosiddetto principio di precauzione; nel dubbio che i neri (o gli “indiani”, o gli “indio”) siano esseri umani come me non li tratto da animali, non li metto in catene: questo avrebbe dovuto pensare addirittura una persona ragionevole del Cinque/Sei o Settecento. Il principio di precauzione è forse solo un’invenzione moderna fatta valere per l’embrione, per evitare l’aborto?

Possiamo anche portare argomenti a favore della “buona fede” del generale Lee e così via, ma il punto in realtà è un altro, il che vuol dire che è poi sempre lo stesso, quello principale, quello su cui ruota tutto il presente articolo: accettiamo pure tutte le attenuanti sul caso personale di Lee, ma nessuna sarà in grado di dimostrare che il noto generale meriti una statua per quanto ha fatto. Nessuno che sia stato portatore di idee o comportamenti oggi condannabili lo è. Questo significa allora aprire le porte al rischio che prima o poi nessun essere umano si rivelerà degno di una statua? Ma, forse, è questa la conclusione a cui dovremmo arrivare.

 Del resto, perché il razzismo sudista dovrebbe essere tollerato più di quello nazista? Se non ha usato i forni crematori, infatti, è stato capace di incunearsi nella mente della gente, dei bianchi – ma anche dei neri – in maniera più profonda, tenace, odiosa; soprattutto contro una certa “razza”, quella nera appunto. Del resto, anche gli statunitensi hanno avuto dei forni crematori sui generis, pensati per eliminare una parte degli africani destinati ad entrarci in nome della “selezione naturale”; cos’erano infatti le navi negriere? Quanti neri, uomini, donne e ragazzi, sono morti stipati come animali in quelle miserabili navi della morte? Del resto tale selezione veniva fatta anche dai nazisti dei lager, tenendo fuori dai forni gli individui sani e forti che potevano servire. Almeno per un po’, come per un po’ potevano sopravvivere gli africani – torniamo a loro – che avevano superato il viaggio in mare, prima di morire per sfinimento sui campi di cotone o uccisi dai bianchi con le accuse più risibili: una parola mal detta, uno sguardo ad una donna bianca, etc.

Perché ebbene sì, gli americani ce l’avevano soprattutto con una cosiddetta “razza”, ripeto, quella dei neri. Erano loro infatti che dovevano essere sfruttati per questioni economiche, e il razzismo moderno era l’ideologia pensata per giustificare il modo in cui venivano trattati. Si trattava forse di un razzismo più accettabile perché rivolto a dei neri e non a dei bianchi come erano le vittime principali di Hitler, ossia gli ebrei? Era stato questo il vero peccato mortale di Hitler, attaccare un gruppo di europei spesso integrato e di alto livello culturale e professionale come gli ebrei? Perché gli ebrei erano europei: europei, lasciatemi dire con le categorie di chi contesto, che più europei di così non era possibile; non come quei neri i cattivi comportamenti dei quali, guidati come furono per oltre un secolo dal sistema sudista dei bianchi, sembravano giustificare almeno in parte i razzisti americani non solo ai loro occhi, ma a quelli dei neri stessi.

Perché il capolavoro del razzismo americano, ripeto, fu questo: non solo spingere i neri a uniformarsi ai comportamenti che i bianchi si aspettavano da loro, per disprezzarli, per convincersi di avere ragione  a tenerli sotto il tacco (i bianchi di fatto incoraggiavano i cattivi comportamenti tra i neri: alcolismo, certo, ma anche il furto ad esempio); no, il capolavoro del razzismo americano fu innanzitutto quello di spingere i neri stessi, i neri cioè svuotati da secoli di prevaricazione psicologica prima ancora che fisica, a guardarsi allo specchio e chiedersi loro per primi se i bianchi razzisti, sempre così bravi, intelligenti ed efficaci, non avessero qualche ragione a disprezzarli; peccato che se ciò succedeva era proprio a causa dei bianchi, che avevano bisogno di creare dei soggetti insicuri, facili da controllare e dominati da un profondo complesso di inferiorità. Un’inferiorità dovuta all’ambiente di sviluppo, non certo alla genetica: un ambiente che i bianchi avevano curato in tutti i particolari, ossia misero da un punto di vista materiale e poverissimo di stimoli intellettuali.

Quando i neri andarono a combattere nella Seconda guerra mondiale per una patria che avrebbero dovuto odiare per come li trattava, si accorsero di non poter svolgere molte mansioni concesse agli altri soldati, a parte morire. Dopotutto appartenevano all’esercito di una nazione razzista come quella contro cui stavano lottando. Alcuni indiani dell’Asia decisero addirittura di combattere per Hitler formando una divisione a parte, tanto era l’odio per il “democratico” padrone britannico “amante della libertà”. Quanto ai neri chiamati a servire l’esercito di Sua Maestà, o quello francese, servire cioè una patria che non era la loro, essendo anzi un’aguzzina del popolo a cui appartenevano, anche qui sarebbe interessantissimo indagare la componente psicologica di tali ragazzi, il loro dissidio interiore, o le ragioni della sua eventuale assenza.

E’ quello che si potrebbe definire il “wrightismo psicologico”, dal grande scrittore Richard Wright che io non definirò autore afro-americano cadendo nella contraddizione che voglio evitare. Gli scrittori non possono essere distinti su base etnica, e la grandezza del romanzo “Ragazzo negro” è proprio questa, che il titolo non rende giustizia al testo di Wright. Il ragazzo di colore protagonista è invece lo “straniero” per definizione, lo “straniero” cioè in spirito di cui si occupa la grande letteratura esistenzialista del Novecento, e che trova nel libro di Wright uno dei vertici del secolo scorso. Il ragazzo infatti è “straniero” sia rispetto ai bianchi sia rispetto ai neri che vogliono, di fatto, renderlo servo dei bianchi facendogli accettare quello che Wright definisce il “sistema sudista di vita”; come degli zombie che vogliono morderlo per farlo diventare zombie come loro. Un sistema, sia chiaro, dove c’è spazio per permettere la crescita professionale di alcuni neri ma solo per tenere sotto il tacco la maggior parte degli altri.

Le statue possono essere un primo passo per segnalare una profonda e complicatissima questione culturale da affrontare. Ma prima o poi tale questione dovrà essere analizzata davvero, e di petto. Che il razzismo americano sia stato soprattutto “negrismo” per ragioni storiche è possibile. Da qui bisogna partire, dalla storia economica e sociale per risalire a quella culturale e psicologica degli Usa. Dopodiché bisognerà passare dall’inevitabile constatazione che proprio per tali motivi, psicologici prima ancora che sociali, gli Usa sono stati a lungo, e sono in parte tuttora, non una democrazia bensì una “dermocrazia”: una nazione cioè fondata sul potere della pelle, non del popolo. Se lo era davvero, del popolo, perché infatti escluderne una parte per il colore della pelle e di alcuni tratti somatici?

Se il contesto è questo, allora la storia, difesa da certi Soloni nostrani, non potrà avere nulla da eccepire contro la caduta di qualche statua (qualche testa senza sangue, insomma). Anche perché, si sa, la storia è una interpretazione, quando non un’invenzione, dell’uomo; di solito, però, dell’uomo che vince, non di quello che perde. E sinora a vincere è stato sempre e soltanto l’uomo bianco, per lo meno negli Stati Uniti d’America.

Pensiamo ai libri di storia scritti non a caso dai bianchi (o dalle vittime del loro sistema di dominio psicologico) quando parlano della “scoperta” dell’America, ad esempio. Il razzismo si nutre di frasi del genere. L’America non è stata “scoperta” da nessuno, era già abitata da uomini quando arrivarono gli europei. Ed è lo stesso motivo per cui l’Europa è definito il “vecchio” continente. Gli altri continenti, come le Americhe o l’Oceania, sono “nati” quando sono stati “visti” e occupati dagli europei. Il linguaggio, spesso, esprime il razzismo degli occidentali in una maniera strisciante e profonda… Tutti noi lo sappiamo, ma non ci pensiamo mai abbastanza – questo è il punto -, e ci comportiamo un po’ come il grande filosofo e vescovo irlandese Berkeley, per il quale le cose esistono solo se a guardarle c’è il soggetto giusto: lui lo sosteneva per difendere l’esistenza di Dio in chiave anti materialista – lo sguardo senza il quale non ci sarebbero le cose, infatti, è il Suo -; noi, evidentemente, per sostenere l’esistenza dell’uomo-dio. Infatti solo quando l’America venne vista dal bianco incominciò ad esistere davvero. E’ un fenomeno, questo, che io definirei “berkelismo razziale”. E’ l’uomo bianco che fa “esistere” le terre del pianeta. E l’uomo-dio bianco era colui a cui doveva rivolgere la propria sottomissione psicologica il nero.

E poco importava se anche il nero poteva pregare il dio dei bianchi, il dio dei cristiani. Il cristianesimo, infatti, poteva diventare un instrumentum regni nelle mani dei bianchi razzisti rendendo gli animi dei neri più docili, più assoggettabili. L’importante era che la finzione di un nero figlio di dio come il bianco rafforzasse nel primo la sudditanza che contava davvero per il secondo. Ed è, questo, il motivo per cui molti neri combattendo il sistema sudista di dominio psicologico creato dai bianchi non poterono non liberarsi di uno degli strumenti di tale controllo, ossia la religione del bianco a cui il nero aveva aderito sino a quel momento.

Martin Luther King non era riuscito a spiegare perché bisognava seguire una religione che, nelle mani dei bianchi, non aveva contrastato con efficacia la discriminazione dei neri, e che anzi l’aveva assecondata e sostenuta in maniera puntuale. Questa, a torto o a ragione, era probabilmente la maggiore accusa che Malcolm X rivolse al cristianesimo e a quei neri che facevano gli interessi dei bianchi dicendosi seguaci di Cristo.

Se il razzismo è nato nella storia moderna per giustificare lo sfruttamento economico di un gruppo di persone, e tale sfruttamento è ancora in piedi e riguarda interi stati africani, mi chiedo se si possa sostenere che noi europei sotto sotto siamo ancora razzisti per convenienza, per giustificare un simile stato di cose; non siamo, infatti, tutti noi europei complici e seguaci del razzismo planetario quando facciamo finta di non accorgerci che il nostro benessere dipende dallo sfruttamento altrui? “Loro non potrebbero farcela da soli”: non è questo che si sente dire spesso a proposito degli africani sfruttati? E non è questo che dicevano con tono paternalistico pure i bianchi sudisti che pensavano di fare l’interesse dei neri tenendoli sotto il tacco? E’ un meccanismo che i bianchi seguono sempre volentieri per giustificare dei privilegi, ed è qualcosa che i neri sentono con rabbia ma spesso non trovano le parole giuste per spiegare, trattandosi solo della punta dell’iceberg. Da qui l’esplosione di odio, da qui la frustrazione, da qui il senso di vivere in un mondo che non vuole ascoltare perché le loro ragioni le conosce già, ma non gli interessano. 

Se queste sono le premesse forse è meglio che a farne le spese sia solo qualche statua e non qualche individuo in carne ed ossa, nella speranza che i poliziotti, americani in primis, seguano l’esempio dei manifestanti anti monumenti, se proprio devono sfogarsi, e lascino perdere gli esseri umani di qualsiasi colore siano.

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