Italianita’, italianitosi e italianitite

“Italianità”, “italianitosi” e “italianitite”

Di recente il generale Vannacci ha scritto che “anche se Paola Egonu è italiana di cittadinanza, è evidente che i suoi tratti somatici non rappresentano l’italianità”.

Questa querelle mi ha fatto venire in mente un’uscita del capogruppo della Lista Toti del 2017, per il quale in un ristorante tipico ampezzano si sarebbe dovuto scegliere, oltre al cibo e agli arredi, anche “personale tipico” della zona.

Come reazione a tale uscita, in un mio vecchio intervento, ho scritto che:

“Il fatto che nel passato ci fosse una maggiore omogeneità etnica  di oggi non significa che questo debba essere fatto pesare come un fattore positivo: all’epoca in cui la tradizione si sviluppava non c’erano neppure i diritti sindacali, le otto ore e così via, ma questo elemento oggi non viene mantenuto, in quanto considerato nocivo. E se la tradizione che conta, la preparazione dei piatti, si può mantenere sfrondata di ciò che oggi viene considerato negativo, come appunto lo sfruttamento dei lavoratori, non capisco perché insistere con la difesa di altri aspetti che non lo sarebbero stati di meno, come l’eventuale esclusione di una persona per via del colore della pelle dallo staff di un ristorante, sulla base dell’idea che tale colore non fosse genuino.”

Per me, quindi, si sarebbe dovuto accettare nel ristorante ampezzano anche una persona di colore tra, ad esempio, i camerieri. In tale vecchio intervento ho poi rimarcato:

“E, del resto, non sono affatto sicuro che (…) l’esclusione di una persona di colore da un ristorante ampezzano per motivi di tradizione sia mai capitata dai tempi più remoti: ma, nel caso, mi chiedo se una simile scelta sarebbe stata degna di essere difesa e sviluppata. Io credo di no.”

Come si può notare, in nome di una non meglio precisata “ampezzanità” nel 2017 si è arrivati a proporre di non assumere certe persone per delle caratteristiche somatiche. Ma comportandosi in tal modo si sarebbe fatto pesare come fattore da mantenere, e quindi positivo (abbiamo detto che quelli negativi infatti non sono stati mantenuti),  un dato somatico. 

Eppure, come si è detto, se fosse stato determinato dalla tradizione fondata sulla discriminazione sarebbe stato da condannare, se fosse stato determinato dalla tradizione fondata sul caso storico (non c’erano persone di colore a Cortina d’Ampezzo nel passato) ovviamente no. Ma il fatto che nessuno abbia fondato la tradizione di un ristorante di Cortina d’Ampezzo sulla base della discriminazione, che altrimenti sarebbe stato un fatto condannabile, non significa che lo debba fare ora che la tradizione si è sviluppata. Infatti, la tradizione che permettesse questo avrebbe spinto solo più in là l’elemento discriminatorio che l’avrebbe messa in crisi agli occhi dei contemporanei, e coloro che oggi la vogliono far sopravvivere sulla base anche di tale elemento discriminatorio lo farebbero, quindi, in modo paradossale.

Il punto è che mentre le condizioni lavorative dell’epoca sono state condannate dalla storia e cambiate, le condizioni somatiche dell’epoca non sono state condannate, certo, ma neppure osannate, rappresentando esse un elemento neutro dovuto al caso. Farle valere oggi come fattore positivo significa contraddire con forza il motivo per cui ci sia una tradizione che valga la pena difendere. Il diritto della tradizione di essere difesa è meno forte del dovere di esserlo a patto di non portare con sé elementi discriminatori, o di sostenerli ora che si è sviluppata, anche perché, facendolo, generebbe il paradosso a cui ho fatto cenno. Se va mantenuta è perché si presume che non sia stata discriminatoria, ma ora che ha raggiunto tale obiettivo si pretende che lo faccia sulla pelle di persone che verrebbero quindi trattate in modo diverso e peggiore rispetto a quanto presumibilmente sarebbe successo ai loro colleghi nel passato.

In modo analogo, se gli italiani hanno un aspetto fisico di un certo tipo delle due l’una: o è successo per discriminazione o è successo per caso. Ma quello che vale per l’esempio del ristorante ampezzano vale per tutta la Penisola. Come un ristorante del genere può avere benissimo dei camerieri di colore perché la parte della tradizione che vale la pena mantenere sta nei piatti e negli arredi, non nelle persone con certi tratti somatici, selezionando le quali si cadrebbe nel paradosso descritto, allo stesso modo l’Italia può accogliere, far lavorare e vedersi rappresentata da persone di colore con certe caratteristiche (le quali, peraltro, a propria volta dovrebbero essere valutate con attenzione), perché non è la tradizione legata a questioni somatiche quella che vale la pena difendere senza contraddizione. Nel caso del ristorante quello che ho inteso capire è cosa contribuisca a definire l’ampezzanità di un locale tipico, elemento che va difeso perché altrimenti il ristorante non sarebbe tale, col risultato di spingermi a non ritenere che il colore della pelle del personale giochi un ruolo per definirla se non in modo paradossale. Ma quello che vale per definire un locale tipico mi pare valere per l’Italia  intera, per la quale, di conseguenza, non può essere il colore della pelle dei suoi cittadini a definirne l’italianità, se non al prezzo, come si diceva, di un paradosso. 

Quando Vannacci dice che i tratti somatici della Egonu non rappresentano per molti l’italianità ci cade in pieno. E sembra rimarcarlo proprio quando aggiunge che a lui va benissimo che ci rappresenti come sportiva. Infatti, è proprio perché non sono i tratti somatici di una persona a definirne l’italianità se non al prezzo di un paradosso che l’Egonu può rappresentare a pieno titolo l’Italia. Viceversa non lo farebbe. E il fatto che molti italiani seguano l’osservazione di Vannacci, che pure da un lato scrive di aver segnalato una visione stereotipata di “italianità”, dall’altro dice tutto il contrario (ad esempio in tv, quando sostiene, credendoci, che l’italianità sia rappresentata dalle persone bianche presenti nello studio), significa che per loro la tradizione che contiene elementi negativi che non vale la pena mantenere (come lo sfruttamento lavorativo) esista sino a quando si tratta di difendere i propri diritti, non quelli degli altri. Ma se nessuno vorrebbe provare a lavorare senza diritti sindacali in un ristorante tipico, nessuno dovrebbe volerlo fare sulla base del vantaggio dei tratti somatici, se anche questo facesse presumibilmente parte della tradizione che si intende mantenere, e con la quale si intenda definire una certa appartenenza. Non tutto quello che porta la tradizione è buono, né merita di essere salvato come tratto distintivo di questo o quell’aspetto della nostra appartenenza ad una comunità. 

Ed insomma, a me sembra che, parafrasando il grande storico britannico Robert Conquest, che si riferiva alle ideologie, distinte da lui in “ideosi” (ad esempio, il culto dell’elefantiaca burocrazia della Ue – “osi” indica una malattia cronica  -) e “ideiti” (culto dei fascismi o dello stalinismo – “ite” indica una malattia acuta -), Vannacci quando parla di “italianità mancata” riferendosi alla Egonu non abbia presente che quella a cui fa riferimento, proprio perché è fondata per sua stessa ammissione su una visione stereotipata, non sembrerebbe meritare di venir inquadrata con tale termine, sembrando piuttosto una “italianitosi”, per non dire un’“italianitite”. Questo avrebbe dovuto sottolineare nel suo discorso il generale, la cui “vittoria” in tribunale, dovuta a giudici che probabilmente avrebbero dovuto chiarire meglio il quadro concettuale di riferimento (e con loro, ed anzi prima di loro, gli enti di formazione e i contenitori radiotelevisivi di approfondimento), è stata seguita in questi giorni da titoli di giornali nazionali roboanti come “Vannacci: la faccia della Egonu non rappresenta l’italianità”.

Addirittura? Tra l’altro, non  mi pare che il titolo suddetto rispecchi il testo dell’articolo, che era di certo più moderato. Diciamo che alcuni giornali, anche quando si chiamino in un certo modo, della verità, a volte, fanno polpette. Del resto, lasciare che siano i titoli dei quotidiani generalisti a fare il punto su questioni complesse forse non è il modo migliore per rispettare quel principio di complessità di cui alcuni filosofi da tempo hanno mostrato la forza per combattere pregiudizi, superficialità e, appunto, stereotipi.

Nel caso specifico, per chi scrive il suddetto articolo di giornale si sarebbe dovuto intitolare così: “Vannacci: la faccia della Egonu rappresenta l’italianità ma non l’italianitosi”. Ovviamente, un titolo del genere avrebbe reso poco interessante l’argomento agli occhi di molti lettori, anche perché il contenuto stesso sarebbe stato diverso da quello che si sarebbero aspettati. Del resto, se è stato Vannacci a scrivere che una italianità che esclude la Egonu potrebbe essere il frutto dello stereotipo, perché non decidere di fare ciò che, giunti a quel punto, sarebbe stato necessario? E cioè, non distinguere le persone sulla base di una “italianità” discutibile, da chiarire, ma distinguere piuttosto, a vantaggio delle persone, tra vari tipi di “italianità”, trovandosene di sani e malati nei termini detti. Altrimenti si sarebbe caduti, come di fatto è successo, nell’errore che Conquest stesso ha segnalato 23 anni fa, e cioè di usare le parole, e i concetti, per “uccidere” le persone, o comunque per ferirle, discriminarle, umiliarle. Ma se non si è ancora capito nel 2024 che le parole sono fatte per venir usate a vantaggio di una migliore interazione tra le persone, e non il contrario, allora vuol dire che viviamo ancora in una società in cui le ideologie che uccidono di cui parlava Conquest, fondate sulle parole, spesso usate nella storia come “parole d’ordine” per ferire, discriminare, umiliare, sono ancora in agguato. L’italianità che è uscita fuori dalla vicenda Vannacci alla fine questo ha fatto, ha ferito dele persone e ne ha spinte altre a pensare che un termine del genere sia una parola d’ordine per escludere dei concittadini, riportando nel dibattito l’idea che si possa distinguere, de facto, tra cittadini di serie A e cittadini di serie B se non dal punto di vista delle leggi da quello dell’appartenenza etnica. Ma, si sa, dall’appartenenza etnica alle leggi il salto, storicamente parlando, è sempre stato molto breve. Aggiungerò che, per certa grande filosofia novecentesca il linguaggio è la casa in cui l’uomo vive. Deve essere una casa ben poco ospitale quella fatta di parole che vogliono escluderlo dalla comunità in cui sta. Essendo il linguaggio a possedere l’uomo, forse occorre ripensarlo per quanto è in grado di fare sino in fondo al suo abitatore. Ma si tratta di questioni complesse, che ci porterebbero lontano (e che non assocerei, onestamente, alla vicenda Vannacci).

A questo punto viene il sospetto, certamente sbagliato, che il generale, non volendo fare la distinzione che i suoi stessi presupposti avrebbero richiesto anche solo per semplice buon senso, e continuando a usare un termine, “italianità”, anche quando veicolasse un concetto nella sua accezione malata, si sia voluto tenere le mani libere per giocare sul filo dell’ambiguità.

Come diceva Bertrand Russell, i titoli dei giornali non rappresentano la verità, e quello riportato sopra, ad esempio, lo fa in modo particolare, dato che non riporta neppure correttamente la sentenza del tribunale, peraltro a sua volta discutibile. A questo punto, però, incomincio a chiedermi quale sia la passione per la verità degli stessi generali proprio quando si atteggiano a difensori delle “cose vere”, del “mondo come è”, che bisogna difendere.

Prendendo la vicenda di Vannacci come esempio mi sembra che la situazione non sia né chiara, né migliore.

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