La scacchiera di Putin contro l’Europa: propaganda, idrocarburi e allarme nucleare (pezzo uscito anche sull’online di “Economy” del 9/3/25, v. link in fondo)

Parto da una premessa, che sono dichiaratamente di parte rispetto a questa guerra. Del resto lo si è sempre di parte, no? Rimane però una questione di grado accettabile, da valutare di volta in volta, nei limiti del possibile. Decideranno gli altri quanto sia accettabile il mio grado di partecipazione “di parte” a tale conflitto.

Sostengo da sempre l’opposizione liberaldemocratica a Putin. Ho conosciuto di persona e seguito per lavoro (all’epoca ero responsabile della comunicazione di una casa editrice) molti dissidenti di fama mondiale giunti in Italia, tra cui quelli russi (ma anche iraniani, cubani, cinesi, egiziani, uiguri, etc): tra loro, il celebre Boris Nemtsov, Vladimir Bukovsky e Viktor Erofeev.

Partendo da queste premesse, e rigettando in partenza l’idea di alcuni intellettuali “super partes”, stando alla quale coloro che criticano aspramente Putin e i suoi “utili idioti” in Italia hanno portato il cervello all’ammasso (di certo non lo hanno fatto i dissidenti che ho seguito, ma anche altri altrettanto celebri, che di cervello ne avevano e ne hanno anche troppo: sia quelli ammazzati, come Navalny, sia quelli vivi perché scappati come Kasparov), partendo da queste premesse – ripeto – direi che la situazione sia la seguente.  E cioè, che per molti le responsabilità siano di entrambi i fronti, sia di Putin che dell’Occidente (dietro e con l’Ucraina), con una differenza nel grado per ognuno.

Per alcuni, cioè, la dose maggiore di responsabilità sta dalla parte della Russia, per i loro oppositori da quella americana. I più raffinati pongono una differenza tra il prima e il dopo, nel senso che se prima del conflitto, ad esempio, aveva più torto Putin, ora che il conflitto è iniziato e non sembra avere una fine, ha più torto l’Occidente. Ce l’ha perché non cerca la via diplomatica senza se e senza ma, dandola “vinta” però – questa, almeno, è l’accusa di molti critici – al tiranno russo. Ed insomma, per tali “raffinati” non bisogna cercare a maggior ragione ora un responsabile per tale guerra senza fine, perché così facendo ci si allontana dalla fine di tale guerra.

Pensando in tal modo, però, si incappa nel paradosso di non voler sottolineare come stiano davvero le cose proprio quando le cose meriterebbero ancor più di essere conosciute sino in fondo, allontanandosi, di conseguenza, anche dall’identità del vero responsabile. Che è poi l’obiettivo di molti dall’inizio, che cercano di alzare il solito polverone e vedono una molteplicità di responsabili. Il che significa, alla fine, non vederne neppure uno (come ha sempre desiderato Putin).

Qualcuno sostiene che gli europei abbiano reso Zelensky una star mediatica. Può essere. Dicendo così, però, si dimentica che la prima star mediatica da decenni in Europa è il signor Putin. Cioè, colui che ha azzoppato la democrazia in Russia (e che per tale motivo, a mio avviso, non è un presidente legittimo), colui che ha fatto carriera sulla morte dei suoi stessi concittadini, di cui a mio parere è il peggior nemico, è considerato da molti europei occidentali un grande statista.

A qualcuno forse sfugge che esiste a Mosca un dipartimento per la propaganda estera, attentissimo a creare le condizioni di disinformazione in Europa, e di rendere Putin l’uomo giusto per tutti (in tal senso, è emblematico il celebre “Cedo due Mattarella per mezzo Putin” a firma di Matteo Salvini). Mi pare che, ad oggi, tale dipartimento di propaganda russo abbia lavorato molto bene, soprattutto in certe università e nelle chat italiane, che, ormai è chiaro, condividono talvolta il valore dei contenuti.

Per quanto riguarda Trump, anche io, ovviamente, ho trovato molto sgradevole l’imboscata a Zelensky tesa con l’hillbilly, nonché suo vice, J. D. Vance. C’è chi sostiene che non ci sia stata alcuna imboscata, come Rampini, c’è chi dice che c’erano due opzioni sul tavolo, a seconda di come si sarebbe comportato il presidente ucraino nello Studio ovale. Detto questo, mi sembra abbastanza grottesco pensare che Trump sia diventato all’improvviso l’uomo della pace. Intanto, dobbiamo vederlo alla prova dei fatti. Dobbiamo vederlo di fronte al piano di pace che gli europei, con Zelensky, gli proporranno. In tal senso, il presidente ucraino, a mio avviso, sta recitando un copione. Non accetterà necessariamente le decisioni americane ma vuole, con gli europei, riportare Trump al tavolo delle trattative. Infatti, con qualcosa in mano non solo i politici al potere ma anche le opposizioni, e le opinioni pubbliche, a partire da quella americana, saranno in grado di farsi un’idea del quadro, ed eventualmente agire. Intanto gli europei si stanno contando, stanno verificando se e in che modo possano sostituirsi anche militarmente agli americani. Dopotutto, l’Europa è una reale superpotenza industriale, al contrario della sgangherata e corrottissima Russia di Putin, ma anche di fronte agli Usa, il cui pil esorbitante è dovuto soprattutto al settore dei servizi.

Oggi la guerra è diventata più che mai una questione europea. È una questione più europea che americana, ed è ovvio che le reazioni degli europei siano risultate sin da subito più accese. Qualcuno, come Ricolfi, se ne è stupito a torto. Ed è proprio tale posizione di maggior coinvolgimento emotivo degli europei rispetto, ad esempio, agli americani a spiegare molte sbavature. Ma, alla fine, quello che conta agli occhi dei leader del “Vecchio continente” è che una potenza europea (e intercontinentale) di 145 milioni di abitanti ritenga di poter risolvere le questioni a missili e carri armati in una cristalleria come l’Europa (perché, ebbene sì – e dispiace dirlo -, agli occhi dei leader occidentali l’Europa non è l’Africa, e neppure l’America latina o gran parte dell’Asia – come hanno subito sottolineato, piuttosto stizziti, gli indiani).

Sarà stata anche l’agitazione dei baltici e dei polacchi a “infettare” gli altri europei, ma le ragioni dei primi sono tutt’altro che interpretabili come isteria collettiva. Qui abbiamo un signore, Putin, che da sempre pigia su due pedali. Il primo pedale è quello del sostegno russo alle crisi internazionali. Questo allo scopo di tenere alto il prezzo degli idrocarburi sui mercati, all’acquisto dei quali gli europei stessi, purtroppo, non si possono facilmente sottrarre (per cui se la Russia di Putin può combattere è anche “a causa” nostra, ma, agendo diversamente, avremmo avuto e avremmo tuttora il tracollo dell’economia). È stata addirittura calcolata la cifra del prezzo degli idrocarburi sotto la quale la Russia andrebbe davvero in difficoltà. Non a caso, da quando è andato al potere, Putin ha “lavorato” per far aumentare in modo esponenziale tale prezzo.

Il secondo pedale è rappresentato dalla minaccia nucleare. Proprio questa guerra sarebbe stata un’occasione ghiotta per attaccare la Federazione da parte della Nato, se ne avesse avuto davvero l’intenzione. Non è successo, e questo non solo a sbugiardare la narrazione putiniana di una Nato assetata di sangue alle porte, ma anche a ricordare che le potenze atomiche non si possono invadere. Ed è proprio grazie a tale inviolabilità, però, che Putin potrà continuare per anni a fare il bello e il cattivo tempo in Europa.

Un esempio di scenario realistico? Dopo la vittoria russa, se gli europei decidessero di ridurre gli acquisti degli idrocarburi di Mosca in modo significativo per quanto graduale e pianificato, diversificando sempre più le fonti – come a questo punto sembra inevitabile fare – davvero Putin ne se starebbe zitto e buono? È proprio perché non siamo ancora entrati nella fase in cui l’Europa ha preso davvero le distanze da Mosca a livello di idrocarburi che dobbiamo preoccuparci quando questo succederà.

Strano che certi intellettualoni, che non perdono occasione per segnalare con una certa soddisfazione che l’Europa continua ad acquistare gas e petrolio dalla Federazione, non se ne siano ancora accorti. Non a caso, il tiranno di Mosca ha già chiesto agli europei, come una vecchia meretrice che mostra la merce con un sorriso osceno, di tornare a fare affari con lui su tutti i fronti. Naturalmente, uno come Trump ha abboccato subito davanti alla stessa richiesta, l’abbiamo visto, ma gli altri, quelli che non stanno dall’altra parte dell’oceano, come si devono comportare? Lasciando correre? Lasciando che dei territori dell’Ucraina rimangano nelle mani dell’invasore e poi accettando di garantire che dei flussi di denaro europei tornino ad ingrassare Putin e la sua elite corrotta e vorace? E questo nonostante tutte le migliaia di inutili morti, stragi, stupri, violenze, i video dei quali possiamo recuperare in ogni momento? Ai critici della posizione troppo dura dell’Europa verso la Federazione non sembra che Putin la faccia troppo facile? Secondo loro si dovrebbe accettare una pace “mutilata” in fretta e furia, e poi tutto dimenticato, tutto come prima? Infatti – lo vogliano capire o no questi cosiddetti intellettuali “super partes” o per la pace senza se e senza ma – la Russia, giunti a questo punto, deve fornire garanzie di sicurezza all’Europa intera prima ancora che all’Ucraina. Ma dato che la parola di Putin vale meno di un due di picche, sono gli occidentali che devono porsi nelle condizioni di dare a se stessi tali garanzie.

Non occorre aggiungere che se Putin cercasse l’instabilità politica nella Ue potrebbe, tra le altre cose, rafforzare ulteriormente l’estrema destra nel Vecchio continente; tema rispetto al quale – giustamente, aggiungerei – le attuali elite liberali europee si mostrano particolarmente sensibili. Putin può inventarsi qualsiasi cosa sul continente europeo e oltre. La conquista di una certa parte dell’Ucraina, ad esempio, può mettergli in mano l’arma del ricatto dei mancati rifornimenti alimentari per l’Africa, e quindi l’arma della conseguente fame e dell’emigrazione selvaggia verso l’Europa liberale, che lui odia. Ancora una volta a determinare quel quadro di instabilità e quindi di estremismo politico in tutta Europa che può fare solo il suo gioco.

Ho toccato solo alcuni punti, ce ne sarebbero molti altri, come la voglia reale di Putin di sedersi ad un tavolo delle trattative, che non è qui il caso di approfondire. Per quanto mi riguarda, continuerò a leggere i miei dissidenti, che non solo sono evidentemente più informati di molti, a partire da certi “utili idioti”, accademici e non, che prosperano nelle nostre tv, ma che ci riportano, ebbene sì, alla questione etica. Una questione, cioè, che alcuni critici ritengono un’arma fiacca nelle mani degli oppositori stessi di Putin, e degli europei in particolare a causa della loro ipocrisia. Il che è, in parte, vero. Per gli europei, però, non per gli oppositori, al di là dei limiti di ogni uomo. Infatti, i suddetti critici forse dimenticano che alcuni di tali dissidenti, come Kasparov, avrebbero potuto ottenere qualsiasi cosa da Putin per stare dalla sua parte. Il più grande campione del mondo di scacchi cresciuto nell’ex Urss sarebbe stato un perfetto specchietto per le allodole accanto al capo del Cremlino. Ma, evidentemente, Kasparov non si è mai posto il problema di assecondare un tiranno. Inoltre, molti forse dimenticano, o non sanno, che Eltsin scelse Putin e non il già citato Nemtsov come successore proprio per tale motivo, per un motivo morale. Perché un ladro come lui aveva bisogno di un delinquente come l’ex Kgb, e non di una persona notoriamente onesta come Nemtsov, per avere la garanzia di essere protetto dalle inchieste della magistratura una volta abbandonato il potere. Cosa che Putin fece subito, una volta diventato presidente, con un decreto a protezione di Eltsin e famiglia.
Tutto, purtroppo, è partito da lì, da una questione morale grossa come una casa. Anzi, come il Cremlino.

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