BRANO TRATTO DAL SAGGIO IN STESURA “DOPO LA MOSKVA”

Per alcuni commentatori, dopo l’incontro in Alaska Trump era soprattutto interessato a portare Putin dalla sua parte in chiave anticinese, essendo Pechino il vero osso duro planetario per il presidente americano. Al punto che quando la nuova premier giapponese, la conservatrice Sanae Takaichi, disse che il suo paese era pronto a intervenire contro Pechino in caso di aggressione a Taiwan, suscitando una pronta reazione della Cina, che fece volare nei pressi dell’arcipelago nipponico caccia suoi e russi, Washington richiamò subito all’ordine la premier giapponese che si era spinta troppo in là, salvo poi far volare dei bombardieri americani vicino ai cieli cinesi scortati da caccia giapponesi. Ovviamente, si sarebbe potuto anche pensare ad un gioco delle parti, dove si era voluto far mandare al Giappone un chiaro messaggio intimidatorio alla Cina, e la reprimenda di Washington era stata fatta per salvare le forme, dato che gli americani in realtà avevano fatto capire subito dopo sino a che punto erano alleati, e si fidavano, dei giapponesi, a cui avevano fatto scortare i loro costosissimi e super segreti bombardieri stealth. In tale quadro, Trump poteva sembrare interessato alla Russia in chiave anticinese ben al di là dei vantaggi economici immediati di una pace americana in Ucraina, ma per chi scrive proprio la storia personale di uno come il tycoon suggeriva il contrario. Se Trump era davvero bugiardo e manipolatore come molti ipotizzavano, era davvero in grado di distinguere tra i vantaggi personali e quelli della nazione? E quali vantaggi alla nazione pensava che portassero le sue continue bugie? Che vantaggi alla nazione poteva portare un indebolimento della cultura liberaldemocratica che correva sulle gambe degli insulti razzisti a certi popoli e delle sue continue menzogne, un indebolimento che non doveva toccare solo gli Usa ma anche l’Europa? Ed insomma, per chi scrive il pensiero di Trump era tutt’altro che limpido, e questo aveva delle ripercussioni nelle valutazioni delle sue idee riguardanti vari fronti, a partire dal fatto che la visione che lui aveva di Europa, ad esempio, non sembrava molto incoraggiante, se per lui era auspicabile che al potere dei paesi del Vecchio continente andassero gli estremisti delle destre.

In quei giorni il giornalista italiano Marco Travaglio, noto berluscologo, aveva criticato chi difendeva gli europei che, a parer suo, avrebbero dovuto ribellarsi agli ordini dell’America da trent’anni a questa parte, e quindi non solo a Trump ma anche a Biden e ai presidenti precedenti. Per lui gli Usa avevano sempre temuto una superpotenza eurasiatica Ue-Russia, ed infatti avevano sempre chiesto di comprare il gas da loro e non da Mosca. Il che non era mai avvenuto, per cui non si capiva in effetti sulla base di cosa Travaglio sostenesse una tale sudditanza. Per lui l’Europa doveva comprare il gas dove costava meno, ma poi non chiariva se davvero pensasse che bisognasse comprare dalla Federazione di Putin in piena guerra, e comunque dopo tutto quello che era successo.  Le cose, in realtà, si potevano inquadrare meglio così: gli americani non avevano mai voluto che gli europei comprassero gas dai russi innanzitutto perché avevano visto meglio di noi, a partire appunto da Obama, cosa stava diventando la Russia di Putin, ossia una tirannia pericolosa. Obama, giustamente, non aveva mai sopportato Putin. Era stato lui a bollare una volta la Russia dell’ex Kgb come una potenza locale. Ovviamente c’erano anche gli interessi americani da sostenere, ma quale nazione non aveva e ha degli interessi da difendere? Non si capiva, però, come facesse Travaglio, persona intelligente, a sposare una narrazione per cui alla fine gli americani sembrano davvero i (più) cattivi e i russi i buoni (o i meno cattivi). L’idea che si creasse una superpotenza eurasiatica, assai affascinante, faceva a pugni con l’idea che Putin aveva del proprio potere, e quindi della Russia sotto di lui, che non poteva contemplare un’Europa libera e democratica se non a patto che la Russia ne subisse sempre più l’influsso. Forse Travaglio pensava che l’Europa sarebbe diventata più tirannica per andare incontro a Putin? O non era forse vero che era Putin che aveva un progetto di maggior presa sull’Europa alle sue condizioni? No, l’idea di una superpotenza eurasiatica coesa faceva a pugni col buon senso, tra l’altro i rapporti della Russia di Putin con il resto del continente europeo erano sempre stati mediocri, minori addirittura di quelli dell’Urss stessa. Era chiaro che prima o poi Putin avrebbe tentato il colpo grosso, soprattutto dopo aver visto che non era sufficiente la crisi del Donbass per influenzare a suo vantaggio Kiev, ossia prendere l’Ucraina, il gioiello della corona ex sovietica dopo la Russia stessa, e sottrarla alla sfera d’influenza culturale ed economica, prima ancora che militare, dell’Occidente europeo, per evitare che questo avesse delle ricadute mortali sul suo sistema di potere. In effetti tale interpretazione sembrava la più ovvia a chi capiva sino in fondo chi fosse Putin, ossia un uomo assetato di potere e disposto a tutto pur di mantenerlo. Coloro che, come Travaglio, condannavano il tiranno di Mosca per poi passare subito a prendersela con le responsabilità degli occidentali, portatori secondo lui delle colpe maggiori della guerra, cadevano in un controsenso piuttosto fastidioso, considerato che spingevano molti cittadini convintamente democratici a non fare muro contro la Russia Frankenstein di Putin avvantaggiando non solo quest’ultimo ma anche personaggi come Trump, la cui adesione ai principi liberaldemocratici appariva ormai da tempo dubbia.

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