
La questione si può vedere anche nel modo seguente, dove si mescolano questioni internazionali con il carattere del presidente Trump. Il quale, assai desideroso di ottenere quel rispetto che secondo lui gli è sempre stato negato dai colleghi, ha probabilmente scelto la via della forza bruta per mandare un messaggio da ‘maschio alfa’. Questa, almeno, è l’opinione di taluni. I quali però non possono negare altre componenti altrettanto importanti se non di più. Ad esempio, che gli Usa sentano ormai da tempo il fiato sul collo dei concorrenti, e la mancata sottomissione ai suoi voleri di Putin, e degli europei, nella vicenda ucraina non ha di certo aiutato. Ed insomma, Trump ha voluto battere un colpo, e che colpo. Come a dire che lui è ancora il più grosso di tutti. Che questo gli permetta di arginare con la forza l’invadenza cinese nelle Americhe, rappresenta un altro elemento fondamentale, naturalmente. Prendendo possesso del Venezuela – posto che ce la faccia davvero -, otterrebbe il controllo sul 20% del petrolio mondiale, e questo mettendo alla porta la Cina non solo dal paese governato da Maduro, ma da tutti gli altri delle Americhe, che si devono adeguare al nuovo corso. Perché, evidentemente, di questo si tratta. E non riguarda solo i paesi latini, tra i quali Colombia e Messico soprattutto si devono guardare le spalle secondo Trump per una questione di lotta mancata ai trafficanti (che però è ormai diventato solo un alibi agli occhi del mondo), bensì anche Canada e Groenlandia. La quale ha la sventura di trovarsi in quell’emisfero occidentale dove lo yankee della Casa bianca vuol far partire, e non già far finire, la sua influenza planetaria. Ovviamente, il Canada si ribellerà almeno a livello di propaganda, ma è soprattutto la Groenlandia, che Trump dice di volere a tutti i costi, che rappresenta un’incognita. Infatti, se la prendesse cosa succederebbe? Si spaccherebbe anche la Ue oltre alla Nato? In effetti non tutti i governi europei hanno condannato l’aggressione al Venezuela di Maduro, che pure ha violato il diritto internazionale, sebbene si tratti di un’operazione oggettivamente dalle molte facce considerato che c’era un presidente illegittimo al potere. In effetti, chi può escludere che Trump non abbia pensato alla fine, vista l’ostinazione degli europei in Ucraina, di ‘barattare’ la Groenlandia con l’appoggio a Kiev, considerato che quest’ultimo gli sta solo procurando noie e che l’Europa non vale di certo l’America e l’Asia? Del resto, come si ricorderà la Ue per lui è stata creata “per fregare gli Usa”. Poco importa che l’America sia cresciuta enormemente a livello di pil negli ultimi 15 anni se questo non si è tradotto, e non si sta ancora traducendo, in una distribuzione della ricchezza più equa, considerato che negli Usa l’ingiustizia economica è più o meno pari a quella della Russia di Putin. Ma non è certo Trump il soggetto giusto a cui chiedere di far pagare più tasse ai miliardari come lui per lo stato sociale. Per cui il nemico per Trump sta fuori dai confini, e si chiamano Cina e Ue. Il fatto che abbia colpito la prima con l’aggressione al suo alleato sudamericano non può che invogliarlo a colpire la seconda con la Groenlandia. L’Europa va rimessa al suo posto, c’è la grande isola da prendersi, la Ue non si ribellerà per evitare il crollo della Nato, e quindi della difesa comune e di quella ucraina, nonché il crollo delle importazioni di gas liquefatto americano, che è subentrato a quello russo nel Vecchio continente. A questo punto, l’invito di Trump degli ultimi anni agli europei di comprare più gas dagli Usa mostra chiaramente la sua doppia faccia: e cioè, non solo quella di guadagnare quattrini con le esportazioni in Europa, da sommare alle entrate dovute ai dazi unilaterali, bensì quella di creare una ulteriore arma di ricatto nei confronti degli abitanti del Vecchio continente. Se poi gli europei si rivolgeranno altrove (a chi però?) pazienza, Trump sa a chi vendere quel gas a stelle e strisce. Uno scenario del genere, a ben vedere, non può dispiacere del tutto neppure a Putin. Quando si usa il linguaggio della forza e della prepotenza gli illiberali si capiscono, e si ammirano, al volo. Ovviamente, Trump deve fare i conti con la politica interna e col fatto che sta avanzando una proposta bipartisan al Congresso americano per limitare i poteri presidenziali rispetto alle aggressioni esterne. Occorre vedere se sarà votata in tempo, anche considerato che Trump ha fretta di agire nel dubbio di non ottenere la maggioranza nelle elezioni di Midterm, che peraltro potrebbe condizionare con la sua politica di potenza, che ama mostrare per carattere, ma che gli permette soprattutto di veder schizzare in alto la percentuale del consenso interno. In tal senso, Trump ha bisogno di mettere altro fieno in cascina, di mostrare di essere un presidente che agisce al di là della propaganda della lotta al narcotraffico, che rappresenta chiaramente un elemento secondario della sua azione; e in effetti Colombia e Messico, che secondo lui sono governati dai cartelli dei narcos, si prestano al gioco. Per Trump la raffinata presidente del Messico, Claudia Scheinbaum, non ha accettato l’aiuto militare americano contro i narcos perché “ha avuto paura”. E’ chiaro dove il tycoon voglia arrivare con parole del genere, per cui i leader di molti popoli americani, che sono possessori del continente allo stesso titolo degli statunitensi come ha sottolineato la Scheinbaum, hanno alzato la voce rispetto al nuovo corso degli yankee.
Per tornare alla Groenlandia, è ormai chiaro a tutti che Trump non ha elementi sufficienti per impadronirsene come ha fatto (per ora) con il Venezuela, che ritiene di controllare anche usando il sistema chavista, e quindi non liberaldemocratico, presumibilmente intimorito dalla potente flotta da guerra americana davanti alle coste del paese. Come si diceva, la Groenlandia non è terra di narcos, né un hub per il commercio di droghe. Il primo ministro Jens Nielsen è stato eletto democraticamente, e la grande isola per quanto in gran parte autonoma appartiene ancora ad un paese membro della Ue come la ultraliberale Danimarca, oltreché membro della Nato. Alleanza che, come ha sottolineato la premier danese Frederiksen, crollerebbe al primo attacco americano checché ne pensi il presidente Usa. Ovviamente, si potrebbe aggiungere che come a Trump non interessa il sostegno alla cultura liberaldemocratica, che usa solo quando gli fa comodo, non interessa il sostegno alla Ue che, tra l’altro, accusa di non dare spazio alle voci interne dissenzienti – dimenticando di aggiungere che sono spesso filofasciste -, e neppure alla Nato, che ha sempre detto servire molto di più all’Europa che all’America. Il che è vero, naturalmente, dato che, come si è ripetuto rispetto alla Russia, le superpotenze nucleari come gli Usa non si possono attaccare sul proprio territorio. Ma proprio per tale motivo, come Putin ha ingigantito dall’inizio la minaccia che può venire dall’Ucraina, il tycoon sta ingigantendo la minaccia che può venire dai russi e dai cinesi tramite la Groenlandia. Che peraltro facendo già parte della Nato può semmai accettare una maggiore presenza militare americana piuttosto che essere oggetto del desiderio di conquista da parte di un vecchio signore che chiaramente sta puntando ad altro quando ne rivendica il possesso. Del resto è stato lui stesso a dire durante il suo primo mandato che la grande isola gli interessava soprattutto per ragioni immobiliari. La questione della sicurezza veniva dopo. Ora è passata in primo piano per giustificare un eventuale blitz che a questo punto può essere ostacolato più che dagli europei, sempre pronti a crearsi problemi da soli, dagli americani del Congresso e da quelli che dovrebbero votare a fine 2026; e, mettendo le mani avanti, Trump ha già fatto sapere che se non vincerà nel Midterm sarà vittima di un impeachment. Sino a quel momento il mondo potrebbe dover rimanere col fiato sospeso, magari rimpiangendo il vecchio Biden, che molti hanno visto volentieri uscire di scena a favore del ‘pacifista’ Trump che avrebbe fatto cessare la guerra ucraina in quattro e quattr’otto. Ovviamente, chi aveva ipotizzato una cosa del genere si è dovuto ricredere, salvo poi riprendere a spiegarci subito dopo quanto sono cattivi gli americani. Sì, forse sono cattivi, ma la politica di Washington era ed è un po’ più articolata di come amano pensare i soliti Soloni, cambia anche di molto a seconda di chi sta alla Casa bianca, e ritenere che Biden abbia avuto un progetto egemonico sull’Europa difendendo l’Ucraina sembra ormai una barzelletta rispetto alle intenzioni, queste sì minacciose, del nuovo aspirante imperatore del mondo. Il quale, lui sì, sta davvero provando a usare l’Ucraina per controllare l’Europa, oltreché il Venezuela per controllare le Americhe (e la Groenlandia per controllare entrambe). Il solito prepotente occidentale a cui però si sta già opponendo almeno in parte il sistema liberaldemocratico americano, per dirla con Popper. Perché la differenza tra Trump e Putin, al di là delle ovvie caratteristiche personali, sta tutta qui: che uno deve comunque fare i conti con un sistema pensato per arginare personaggi come lui (si veda la Corte suprema rispetto alla Guardia nazionale in attesa del Congresso rispetto ai colpi di mano militari), Putin no. Non a caso è notizia delle ultime ore che Trump stia cercando di intavolare un accordo di associazione con la Groenlandia che escluda la Danimarca per avere più libertà nello stanziamento di truppe e nella costruzione di infrastrutture militari. Certo, sempre qualcosa di troppo rispetto a quanto ci si aspetterebbe tra alleati liberaldemocratici della Nato, ma comunque non un’annessione alla Putin per capirci. Trump continua a muoversi sul filo del rasoio sapendo che esiste una linea rossa difficilmente superabile soprattutto per via di conseguenze internazionali talmente grandi da risultare potenzialmente devastanti anche all’interno degli Usa. Infatti, la presa militare della Groenlandia comporterebbe innanzitutto la cacciata delle truppe americane dall’Europa che verrebbe subito cavalcata dagli oppositori democratici, al di là delle conseguenze nei rapporti con Russia e Cina.
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