
Era appena terminata la vicenda venezuelana, che ovviamente comportava delle incognite, ma che difficilmente avrebbe visto altre iniziative militari degli Usa se il regime si fosse piegato a Trump, che presero ad aumentare i focolai della protesta in Iran. Gli ayatollah risposero con la consueta brutalità condita con la solita oscena propaganda, puntando il dito contro i tradizionali agenti stranieri occidentali. Più semplicemente, molto ragazzi persiani avevano probabilmente avvertito un clima diverso a livello internazionale, per cui avevano deciso di scendere in piazza. Ciò, ovviamente, non significava che gli Usa di Trump potessero davvero intestarsi iniziative trasparenti e credibili a favore della libertà. Tutt’altro, anche considerato il modo in cui il presidente americano stava gestendo la situazione in Venezuela, dove invece di parlare di transizione democratica gli interessava sottolineare sistematicamente il controllo del petrolio del paese, da usare, evidentemente, pure come moneta di scambio con la Cina, che deteneva una gran parte delle terre rare essenziali per gli States. Inoltre, Trump avrebbe potuto usare il controllo dell’oro nero anche come pedale per la gestione della guerra in Ucraina, dato che abbassandone il valore il tycoon avrebbe sottratto al capo del Cremlino molte delle risorse con cui finanziava la propria armata; e non era un caso che Putin proprio in quei giorni avesse ripreso a blandire gli europei col suo solito tono da vecchia meretrice, per farli tornare a comprare idrocarburi dalla Federazione. Che Trump non fosse un fautore della libertà si poteva però capire soprattutto dal modo con cui stava affrontando l’immigrazione interna; gli ormai famigerati agenti dell’ICE si erano resi responsabili dell’uccisione di una 37enne madre di tre figli, Renee Good, una cittadina americana che onestamente non era sembrata una minaccia per nessuno, e avevano suscitato ondate di accese proteste in molte parti del paese, al punto che alcuni commentatori avevano parlato di rischio-guerra civile che ovviamente non poteva che fare il gioco di Trump. Ma si trattava di questioni estere complicate, che non potevano pregiudicare quanto di diverso i giovani iraniani avevano avvertito nell’aria in quel periodo. Infatti, essi potevano capire in maniera chiara soprattutto una cosa: e cioè il modo estremamente veloce ed efficace con cui Trump era riuscito a sbarazzarsi di un potente tiranno latinoamericano alleato di Khamenei. Se l’aveva fatto lì avrebbe potuto farlo benissimo anche in Medio Oriente, dove tra l’altro contava molti amici, dall’Arabia saudita ad Israele, sebbene un tiranno come il principe tagliagole MBS non avrebbe necessariamente guardato di buon occhio il sostegno americano ad un popolo in sommossa, soprattutto se tale sostegno si fosse tradotto nel rendere all’improvviso liberaldemocratico un grande paese confinante con Ryad come la Persia. Infatti, la situazione poteva risultare simile a quella che aveva guidato la Russia di Putin contro l’Ucraina, la quale, volendo diventare democratica, sarebbe potuta divenire un modello politico di successo agli occhi dei russi e quindi pericoloso per il capo del Cremlino, che infatti alla fine aveva deciso l’aggressione. Si trattava, però, di questioni sulla lunga distanza, e quello che poteva frenare il tycoon in quel momento era piuttosto la richiesta israeliana di non intervenire subito in Iran se questo avrebbe comportato un controattacco non solo sulle basi statunitensi nella regione ma sulla piccola nazione ebraica, già messa duramente alla prova di recente dalla potenza missilistica di Teheran. Alla fine Trump scelse di tirare il freno a mano rispetto ad una iniziativa militare in Iran che avrebbe potuto cambiare gli equilibri regionali in un modo non favorevole all’America; come giustificazione, il tycoon indicò la decisione degli ayatollah di sospendere 800 esecuzioni sommarie. Probabilmente era meglio un Iran tirannico indebolito piuttosto che un Iran democratico che poteva dare molto fastidio non solo agli amici dittatori di Trump nella regione, ma al tycoon stesso; in effetti, per una superpotenza imperialista come era quella guidata dal miliardario newyorkese, i tiranni sono sempre stati più facile da controllare rispetto ad un paese libero. Non doveva stupire, quindi, che la politica estera americana di quei giorni annoverasse anche la pretesa di Trump di impadronirsi di un territorio democratico come la Groenlandia, ma si trattava di dettagli, o di ragionamenti troppo complicati, per dei ragazzi persiani. I quali, oltre a vivere dall’altra parte del mondo, erano alle prese con la brutalità dei pasradan, a cui Trump nel frattempo aveva rivolto chiare minacce dopo aver esortato i ribelli democratici a resistere dato che l’aiuto sarebbe arrivato presto. Tra l’altro, i rivoluzionari iraniani potevano contare finalmente su una figura che era in grado di agire da collettore per le diverse anime della rivolta, ossia il figlio dello scià deposto, Reza Pahlavi; il quale, dagli Usa dove si trovava, aveva già esortato i militari ad unirsi ai rivoltosi dato che loro servivano lo Stato nazionale della Persia e non la famigerata Repubblica islamica.
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