
Ma, per tornare alle minacce urbi et orbi di Trump, quanto valeva per i giovani rivoltosi iraniani non poteva valere per gli europei, che si trovavano in una situazione completamente diversa, e stavano prendendo sul serio le minacce sulla Groenlandia. Non potevano smettere di chiedersi se Trump avrebbe davvero provato ad impadronirsi del territorio oltremare di un alleato della Nato con la scusa che altrimenti lo avrebbero fatto i russi o i cinesi, anche perché per il tycoon – questa la sua chiosa da esperto di psicologia più che di geopolitica – chiunque difende davvero solo ciò che è suo. Il che ovviamente mandava a gambe all’aria la logica stessa di una alleanza militare di mutuo soccorso come quella atlantica. Infatti, seguendo il ragionamento di Trump, se i russi avessero attaccato non solo la Groenlandia, ma, ad esempio, pure la Polonia, gli Usa non sarebbero intervenuti dato che non erano proprietari di quella nazione europea. Non si capiva davvero come Trump se ne potesse uscire con scempiaggini del genere, a meno che non si fosse trattato di un messaggio in codice al suo amico Putin, come qualcuno avrebbe potuto a quel punto ironicamente sospettare. E mentre il Segretario generale dell’Alleanza, l’ex premier dei Paesi Bassi Mark Rutte (quello che un giorno aveva definito Trump il ‘papà’ dell’Alleanza per capirci), continuava ostinatamente a non spiegare ai tanti giornalisti che glielo chiedevano cosa sarebbe successo in caso di attacco di un alleato ad un altro della Nato dato che, evidentemente, pensava che dicendolo avrebbe reso un cattivo servizio alla tenuta dell’Alleanza, alcuni osservatori si spinsero a ipotizzare che Trump stesse cercando di usare un colpo di mano in Groenlandia per prendere due piccioni con una fava, e avere finalmente la scusa di uscire dalla Nato, che non aveva mai amato. Il che aveva dell’incredibile considerato che neppure il tycoon poteva credere davvero che gli Usa sarebbero stati più sicuri senza grandi alleati come il Regno Unito, la Francia o la Germania al fianco. Proprio lui sapeva quanto l’America stessa avesse bisogno di aiuto in quel momento storico non solo in chiave antirussa, bensì anticinese. Inoltre, se gli Usa si fossero dimostrati inaffidabili con i vecchi alleati dell’Europa, perché quelli dell’Indopacifico avrebbero dovuto fidarsi di Washington in uno scontro con la Cina? Il punto era che se Trump voleva bypassare il Congresso, che invece non intendeva sganciarsi dalla Nato, sfruttando un colpo di mano in Groenlandia che avrebbe spinto gli europei fuori dall’alleanza in modo che essa crollasse formalmente per colpa loro, non solo avrebbe svolto un cattivo servizio all’America della quale nessuno si sarebbe più fidato, ma anche a se stesso, nel senso, che, come già sottolineato, il Congresso avrebbe potuto benissimo non accettare l’iniziativa militare del tycoon nell’isola artica, con tutte le conseguenze che questo avrebbe potuto comportare per la credibilità della Casa bianca. Del resto, se era vero che molti della sua base MAGA avrebbero potuto alla fine dimostrarsi molto meno pacifisti di quanto si sarebbe potuto pensare, a patto, però, che l’America avesse continuato a raccogliere strepitosi successi nelle sue iniziative ‘di polizia internazionale’ come era successo in Venezuela, era anche vero che era dubbio che essi costituissero la maggioranza della popolazione americana, e comunque molti repubblicani al Congresso avrebbero continuato a non accettare la presa della Groenlandia al prezzo della sopravvivenza della Nato, se la grande isola artica si fosse potuta controllare in chiave anticinese e antirussa semplicemente potenziando la presenza militare di tutta l’alleanza come ormai era chiaro a molti. Certo, Trump, evidentemente, voleva far marciare in Groenlandia soprattutto divisioni di operai dell’industria americana a caccia di terre rare, idrocarburi e altre leccornie, ma il punto era che il 13 gennaio il premier groenlandese Jens Frederik Nielsen accanto a quella danese Frederiksen a Copenhagen aveva detto chiaro e tondo al mondo che se il suo popolo avesse dovuto scegliere in quel momento se stare con gli Usa o con la Danimarca, esso avrebbe scelto quest’ultima e la Ue. Un messaggio forte e chiaro ma anche rischioso, dato che lo avrebbe potuto indebolire tra la sua stessa gente, che alla fine era in maggioranza indipendentista. Ma lui era per un passo alla volta, e non era ancora venuto il momento di dare uno strappo definitivo al rapporto con la Danimarca, soprattutto ora, in un momento cioè in cui l’avidità americana stava facendo paura. In ogni caso il suo fu anche e soprattutto un messaggio di grande coraggio e non proprio un incoraggiamento alla politica imperiale, qualcuno avrebbe detto criminale, di Trump. Il quale aveva preteso che il previsto incontro chiarificatore di quei giorni tra le autorità di Nuuk e di Copenhagen e quelle di Washington si tenesse nella capitale americana in presenza innanzitutto del vicepresidente Vance oltreché di Rubio, come a voler mettere i puntini sulle i rispetto a chi stesse guidando in quel momento le danze. A dirla tutta, sembrava proprio che Trump avesse deciso di mettere alla prova Rubio sul dossier Venezuela e Vance su quello dell’isola artica. Del resto, pure un certo famigerato cancelliere tedesco della prima metà del Novecento aveva amato far competere i suoi collaboratori più stretti per ottenere da loro il massimo. Anche perché qui si trattava di capire quale di loro sarebbe stato indicato come possibile successore di Trump alla candidatura presidenziale, se il tycoon non avesse potuto correre per il terzo mandato. Se le cose stavano davvero così, difficilmente Vance si sarebbe dimostrato molto disponibile nei confronti dei suoi interlocutori danesi e groenlandesi quando li avrebbe incontrati il 14 gennaio, a prescindere dal fatto che già tempo prima non si era mostrato molto amichevole. Si era presentato senza invito con la moglie sulla grande isola artica accusando la Danimarca di fare poco per la propria difesa, e definendola quindi “una cattiva alleata” con la sua ormai ben nota diplomazia. Copenhagen aveva subito risposto investendo molte risorse per le proprie forze armate sull’isola, seguita in quei giorni da Regno Unito e Germania che stavano valutando lo stanziamento permanente di loro truppe in Groenlandia, per non parlare di una missione ad hoc degli europei membri della Nato nello stesso periodo. Per alcuni, una missione pensata per scoraggiare i russi e i cinesi, le fantomatiche, minacciose navi militari dei quali, però, non si erano viste in realtà, stando a quanto riferito nel frattempo da tutti i paesi nordici: per altri, una missione pensata per scoraggiare soprattutto Trump in veste di squalo artico che, a pensarci bene, sarebbe stato il simbolo più adatto per rappresentare gli Usa groenlandesi, se mai fossero diventati realtà.
Alla fine l’incontro tra i ministri degli esteri groenlandese e danese con il vicepresidente Vance e il Segretario di Stato Rubio ci fu. Entrambi gli schieramenti rimasero sulle proprie posizioni, ma almeno era stato allontanato – questa era stata la sensazione di molti – il rischio di una occupazione militare americana che avrebbe fatto crollare la Nato. Subito dopo, al posto delle truppe Usa i groenlandesi videro l’arrivo di personale militare non solo britannico e francese, ma anche tedesco e svedese. Proprio in quei giorni il nuovo comandante supremo alleato in Europa, l’americano Alexus Grynkewich, aveva fatto i complimenti alle truppe e all’apparato industriale-militare di Stoccolma, che, entrata da poco nella Nato con la Finlandia per via della minaccia russa, aveva fornito un valore aggiunto significativo alle capacità dell’Alleanza soprattutto nelle zone artiche. Che era esattamente un punto importante da sottolineare in tale fase, dato che era in gioco la credibilità degli europei agli occhi degli americani nel contribuire al potenziamento reale della difesa delle terre attorno al Polo Nord in chiave antirussa e anticinese.
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