I MOTIVI INCONFESSABILI DELLA GUERRA DI TRUMP

Per alcuni la guerra di Trump serve a boicottare la concorrenza nel campo degli idrocarburi dei paesi del Golfo e a strozzare energeticamente la Cina; facendo per di più, aggiungerei io, dipendere maggiormente Pechino dalla Russia, a cui la prima non potrebbe chiedere più prezzi bassissimi come nel passato. Che Trump punti a dare una mano a Putin è la parte più facile da capire, e lo sottolineerò anche dopo. Per il resto, non sono d’accordo con la suddetta tesi. Del resto coloro che sostengono una posizione del genere sono quegli stessi che, senza alcun senso del ridicolo, ci hanno ripetuto mille volte quanto fosse guerrafondaio Biden che provava a difendere l’Ucraina e quanto fosse pacifista Trump. Il quale tra l’altro non ha smesso di rifornire di armi Kiev, ma facendo pagare tutto agli europei. Vediamo se tale guerra iraniana cambierà le carte in tavola anche sotto tale aspetto. Magari i sostenitori del Trump pacifista vedranno finalmente la fine dell’invio di armi americane a Kiev. Non era quello che volevano? 

Mi chiedo invece se Trump abbia voluto attaccare Teheran perché si aspettava davvero un caso Venezuela2 con cui poteva farsi bello e ricattare ancora di più la Cina. Infatti, non bisogna dimenticarlo mai, l’America è ricattabile da Pechino per via delle terre rare. Il controllo rapido dell’Iran, però, non potrebbe far passare in secondo piano per lungo tempo un’eventuale accusa di violenza sessuale come quelle che stanno circolando contro Trump in questi giorni. Un’accusa che risulterebbe devastante per lui in tempo di pace, e che per molti rappresenta la vera ragione del conflitto. Di conseguenza, mi chiedo invece se Trump non si aspettasse dall’inizio  una guerra più lunga, anzi lunghissima, la vera arma di ‘distrazione di massa’ che gli servirebbe per non crollare nei sondaggi in caso di prove contro di lui di violenza sessuale ai danni, pare, addirittura di una tredicenne. Ci si potrebbe spingere a chiedere se una guerra del genere non gli potrebbe servire non solo ad affrontare le prossime elezioni distogliendo appunto l’attenzione da accuse pesantissime, ma a sospenderle. Infatti, Trump è talmente ‘disperato’ (e ‘matto’) che può anche pensare che solo la guerra a questo punto lo possa salvare, e che un conflitto possa non solo influenzare ma ritardare le elezioni. Lo aveva anche detto un giorno, quando si parlava di quelle che non si facevano in Ucraina perché era in guerra con la Russia: “Ah davvero, se c’è una guerra le elezioni non si fanno?” aveva chiesto ai giornalisti in conferenza stampa mezzo ironico e mezzo no. Credo che negli Usa le elezioni si potrebbero fare lo stesso per una guerra lontana dal proprio territorio e non vitale per la sopravvivenza dell’America, ma mai dire mai. Del resto, Trump potrebbe pensare benissimo il contrario, soprattutto se ritenesse di poter fare impunemente maneggi dietro le quinte al suo solito modo. 

Detto ciò, vediamo meglio cosa ci sia dietro una guerra del genere. E’ già uscito fuori, ad esempio, che non solo il conflitto potrebbe permettere a Mosca di aumentare i prezzi degli idrocarburi a Pechino come si è detto in apertura, ma che si voglia rimettere anche la produzione russa su tutti i mercati, per tenere bassi i prezzi internazionali. Infatti, quella degli Usa da sola non basterebbe a tale scopo neppure a casa loro: che è poi quello che a Trump interessa. Piuttosto, si potrebbe ipotizzare un do ut des doppiamente vantaggioso per il tycoon. Nel senso che egli potrebbe sfruttare la guerra in Iran e l’aumento dei prezzi degli idrocarburi per rimettere in gioco Putin, contribuendo a toglierlo dall’angolo in cui si è ficcato e a rifargli incassare molti soldi, per renderlo più malleabile, e magari per spingerlo a non girare troppe informazioni militari agli iraniani, sebbene le stia liquidando come poco efficaci. Ed insomma, Trump potrebbe aver visto dall’inizio una guerra che si chiude (in Ucraina) e un’altra che si apre (in Iran). Se da un lato chiudere la guerra con Putin gli servirebbe moltissimo per una questione di immagine politica, nonché di interessi nazionali e personali in Russia (perché quelli non mancano mai con lui), ma anche e soprattutto, ripeto, di stabilizzazione dei prezzi degli idrocarburi a livello internazionale una volta iniziata la guerra con l’Iran, quest’ultima, dall’altro lato, gli serve per distogliere l’attenzione dalle accuse sempre più gravi che lo riguardano. Gli serve cioè per far compattare la sua base attorno alla bandiera, come sempre succede col ‘nemico alle porte’. E questo che le elezioni si facciano oppure no, come sarebbe comunque preferibile per lui. Infine, per alcuni Trump non è sotto pressione solo per le possibile accuse di violenze sessuali, bensì per le richieste che gli hanno rivolto in modo pressante i suoi soci d’affari e sponsor elettorali sauditi e israeliani (Miriam Adelson per esempio, sostenitrice da 250 milioni di dollari), essendo entrambi i gruppi ansiosi da tempo di sbarazzarsi definitivamente degli ayatollah iraniani. Del resto le due cose possono essere collegate. Infatti, timorosi che Trump, il loro asso nella manica contro gli iraniani, venisse travolto dalle accuse di violenza sessuale, sauditi e israeliani hanno voluto accelerare i tempi, e spingerlo senza indugio all’aggressione prima che fosse troppo tardi, nonostante il parere contrario dei militari Usa. Dopotutto, come si è detto, un comandante in capo in guerra permanente ha dei vantaggi politici soprattutto se ha dei grossi scheletri nell’armadio. Il suo amico Nethanyahu glielo deve aver spiegato bene. Dopodiché, ovviamente, Trump può anche trastullarsi all’idea di poter controllare, una volta messe le briglie agli ayatollah, la regione più cruciale del mondo, fatta di attori alla fine maggiormente gestibili della Federazione russa. In effetti, li ha praticamente già tutti dalla sua parte: manca appunto solo l’Iran.

Lascia un commento

Inizia con un blog su WordPress.com.

Su ↑