“Nelle tue mani” è un film francese già visto (spesso i francesi ci fanno vedere lo stesso film, e non solo al cinema)

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Il film “Nelle tue mani” è una commedia abbastanza coinvolgente di Ludovic Bernard.
Il suo limite è che deve molto ad un altro film, “Will Hunting genio ribelle” di Gus  Van Sant, ma non ho capito quanto il regista sia disposto a riconoscerlo. Infatti, non c’è nessun escamotage per citare il modello. Ci sono invece, ripeto, alcuni punti molto, troppo simili.
Intanto la storia: quella di un ragazzo geniale che viene scoperto per caso, nonostante egli in apparenza non voglia che succeda. Eppure non può evitare di farsi travolgere dalla propria passione: una lavagna con delle formule matematiche da risolvere nel caso di Will (Matt Damon), un pianoforte da suonare nel caso di Mathieu (Jules Benchetrit). Nel primo caso la famiglia non c’è, nel secondo sì, ma senza  un padre. Inoltre c’è una madre in gravi difficoltà, e lui che non può seguire la propria passione.
C’è sempre un mentore di talento, capace di cogliere quello altrui: nel caso di Will il professor Gerald Lambeau (Stellan Skarsgard), che però verrà in breve soppiantato da un grande Robin Williams, Sean Maguire nel film, lo psicologo del ragazzo, l’unico a capirlo davvero, al di là del genio; nel caso del pianista, il direttore del conservatorio Pierre Geithner (Lambert Wilson), che però non si farà strappare lo scettro “di chi lo capisce sino in fondo”, ossia dalla docente che seguirà il ragazzo passo passo, spronata non a caso dal proprio superiore anche quando vorrebbe mollare.
Pure con Will lo psicologo vorrebbe lasciare, almeno per un attimo, ma alla fine non lo fa, perché la sfida lo interessa. L’elemento della sfida riguarda pure il direttore del conservatorio, e cioè la sua sfida contro tutti, anche contro la moglie, che non lo capisce. Non capisce né lui né il ragazzo.
Non lo capisce al punto che crede, come altri, che l’attaccamento del marito al giovane pianista di genio sia dovuto al fatto che egli sembri riempire un vuoto, il loro figlio quindicenne da poco scomparso: dopodiché, esasperata dal marito pronto a  giocarsi la carriera per puntare su un ragazzo che non appartiene al loro mondo, la donna se la prende con quest’ultimo, e, una volta sola col ragazzo, gli dice cosa pensa senza peli sulla lingua, ossia che egli sia vittima di una proiezione del coniuge che vede in lui il figlio defunto, e che non deve assolutamente fidarsi del giudizio dell’uomo, a partire da quello sul suo talento.
Il giovane pianista se ne va ferito dall’appartamento messogli a disposizione, e quando il direttore del conservatorio – il marito della donna – lo viene a sapere, e capisce che c’è lo zampino della cara consorte, scopre le carte di fronte alla moglie: non è perché il giovane pianista gli ricorda il figlio che ha scommesso su di lui, sino al punto da cedergli le chiavi del monolocale posto nello stesso palazzo in centro, un monolocale ristrutturato per il figlio prima che morisse; no, è proprio perché il ragazzo non può sostituirsi al figlio che fa questo, perché la musica è l’unica cosa che gli è rimasta per tenerlo in vita, ed il giovane pianista possiede ai suoi occhi un merito semplice ma fondamentale: è un’espressione somma della nobile arte così concepita.
La moglie non l’ha compreso, non ha compreso una cosa tanto importante per lui, importante quanto l’amore del marito per il figlio morto all’origine della sua scelta incomprensibile, ma che invece era comprensibilissima, e il fatto che lei non l’abbia capito dimostra solo che non c’è più nulla tra loro, nulla che li possa tenere ancora legati.
Nel film col matematico non ci sono mogli in giro, a parte quella defunta del mentore psicologo, e non emerge un lieto fine sul piano intellettuale, bensì sentimentale, nel senso che al termine della storia il genio matematico decide di lasciare la promettente carriera universitaria per seguire la propria ragazza, e nessuno sa – neppure lui forse – che ne sarà delle sue ricerche.
A parte questo, che è un “questo” importante per carità, le somiglianze con il film americano ci sono tutte, anche troppe direi.
Un altro esempio di “imitazione” è il seguente: quello della memorabile scena col disegno dello psicologo-mentore di Will, che rappresenta le paure dell’uomo dopo la morte della moglie messe a nudo dal ragazzo senza pietà, disegno e scena presenti anche nel film col musicista, ancora una volta nel luogo dove il “maestro” di turno lavora, ossia nell’ufficio del direttore del conservatorio (nel suo studio nel caso di Maguire). Sembra quasi un cameo, una citazione, perché il disegno è del figlio defunto, e quindi riguarda a propria volta la morte di una persona cara al mentore del film. Manca solo la parte della violenza repressa, ma diversamente sarebbe stato un caso di plagio bello e buono.
Troppi richiami, insomma, per non far sorgere l’idea di un’ispirazione un po’ troppo vicina al modello: ed il motivo per cui un film del genere piace ad un pubblico disattento è proprio quello che, per una volta, mette d’accordo la critica nel non premiarlo, come invece avrebbe meritato se l’ispirazione non avesse fatto rima con una certa, sfacciata imitazione.

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