Salvini e la destra

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Faccio fatica a capire il signor Salvini.
All’inizio pensavo, come molti, che volesse sostenere  una nuova destra moderna e matura. Una destra che, partendo dal Nord, puntasse al Sud e alla sua crescita. Non è forse la destra, infatti, la parte politica che più sostiene la grandezza della Nazione? E quale grandezza ci può essere senza coinvolgere il Sud ed il suo rilancio? Se il Paese senza il Nord è morto, senza il Sud non ha futuro. Ed invece no, Salvini di Sud parla poco. Sembra che la sua testa sia sempre al Nord o a Roma. Del resto, si sa, per avere successo le persone, che si tratti di scrittori, di filosofi o di politici, devono occuparsi delle cose che conoscono. Ebbene, che cosa conosce Salvini del Sud – a parte le canzoncine contro i napoletani, voglio dire -? Poco, sembrerebbe.
Conclusione: Salvini come campione di una destra nazionale matura non si è ancora palesato. La sua è una continua discussione con i soliti antagonisti politici a Roma – forse per seguire un altro adagio efficace? Far diventare, cioè, la dialettica politica qualcosa di simile alle beghe di condominio che non solo capiscono tutti, ma che chiunque può gestire? -. Quando Salvini si occupa del Sud è per parlare d’immigrazione, come se esso, il Sud, non vivesse di vita propria, bensì sempre e soltanto come controcanto a qualcosa d’altro, che si chiami Nord o che si chiami sponda meridionale del Mediterraneo. A dirla tutta, Salvini si occupa di Sud pure per dire ovvietà come quelle sull’Ilva, dalla quale è attratto da un rapporto di “odi et amo”, non intendendo egli esporsi all’accusa di una politica industriale nazionale inesistente da decenni, politica della quale, infatti, anche la Lega è altamente responsabile.
Il punto vero è che il Sud si presta a verità scomode che andrebbero finalmente espresse, soprattutto da una destra nazionale seria. Questo nell’interesse del Sud, del Paese ma anche della destra, se vuole sopravvivere a se stessa.
La prima verità è che se parte il Sud parte tutto il Paese: questo significa, però, investire risorse enormi con ritorni non immediati. Eppure i tempi sono maturi, considerato che il Sud può davvero diventare la piccola Cina dell’Italia (e dell’Europa): una zona ancora povera, o comunque poco sviluppata per standard continentali, certo, ma in un contesto nazionale di grande sviluppo tecnologico, lo stesso contesto di cui parla Francesco Grillo nel suo pamphlet “Lezioni cinesi” quando spiega la grande crescita della superpotenza asiatica. L’Italia, infatti, è una grande potenza tecnologica, piaccia o no: sviluppata sia a livello di trasporti su gomma e rotaia, è avanzatissima a livello aerospaziale, nonché nel campo dei droni e, infine, della robotica. L’Italia è molto avanzata anche nel settore agroalimentare. Molte idee delle sue aziende più grandi, e dei suoi incubatori tecnologici, potrebbero essere applicate su piccola scala in certe zone del Sud per poi passare ad una più grande, almeno interregionale, una volta verificata la loro validità.
Si tratta del modello cinese che tante soddisfazioni ha dato a Pechino contro Mosca, che invece non ha mai adottato un “metodo sperimentale” del genere (suscitando la perplessità di Grillo, dato che il metodo sperimentale, per quanto applicato al business, è un approccio nato in Europa – in Italia, aggiungerei -). Ed insomma, il Sud potrebbe davvero diventare un volano di crescita svolgendo il ruolo di laboratorio nazionale dove applicare le idee più innovative del Mezzogiorno ma anche, e soprattutto, di tutto il Paese, a partire dal Nord (se il Nord fosse lungimirante). Del resto, non è stato il capo di Assolombarda, la Confindustria con sede a Milano, a parlare per primo di modello meneghino da imitare da parte del resto d’Italia? Ecco, per essere più precisi, qui non si tratta di fare i primi della classe, prendendo a modello una parte, per quanto importante, del Paese. Qua si sta parlando di idee e di tecnologia: qua si tratta, insomma, di coinvolgere tutto il Paese dal Brennero a Lampedusa, comprendendo con questo anche modelli di cooperazione regionale, quando è il caso, ma avendo come faro, ripeto, l’innovazione tecnologica nelle zone che più di altre ne trarrebbero oggi enorme vantaggio.
Ecco, una destra degna di tale nome dovrebbe partire da idee come queste: basta, insomma, fare dell’immigrazione un terreno di propaganda politica! Soprattutto tenendo conto che essa, l’immigrazione, può portare dei vantaggi al Paese, se controllata. Mi riferisco qui alla mia vecchia idea di ripopolare l’Appennino anche coi giovani immigrati adeguatamente selezionati e formati, nei termini espressi in un mio articolo pubblicato tempo fa su pensalibero.it. Immigrazione controllata, infatti, non significa tanto decimata – come vorrebbero taluni -, bensì gestita e disciplinata al massimo coi mezzi che un moderno paese come il nostro avrebbe, se ci fosse la volontà politica di adottare scelte talvolta impopolari nel breve periodo – volontà che spesso non c’è, purtroppo, ancora una volta a porre in dubbio l’efficacia della liberal democrazia a rappresentare un sistema politico al passo coi tempi -.
E’ pronta la destra italiana ad affrontare sfide del genere? Lo è Salvini?
Alcuni oggi pensano che abbia una maggiore vocazione nazionale la Meloni, nonostante o appunto a causa della sua origine romana, la quale però la penalizza agli occhi di molti elettori del Nord, al di là del fatto che la “Giorgia degli italiani” sia una donna – il che potrà non essere un grande handicap nel Regno Unito per una storia di monarchia al femminile che conosciamo tutti, ma lo è di certo nei paesi latini, e di sicuro in Italia (ancora più che in Francia, probabilmente) -. Personalmente, la Meloni mi colpisce per alcune considerazioni coraggiose che riesce però puntualmente a mescolare con idee vecchie, quando non davvero sciocche – la paura, vera o solo sbandierata, di un’invasione degli immigrati che tutti i dati sociologici smentiscono, ad esempio (ma si sa, la Meloni è colei che crede che Dublino stia nel Regno Unito, o che gli abitanti degli Usa siano 120 milioni – scusate la precisazione acida -) -.
Salvini prima parla di una Ue matrigna, poi attacca l’euro smentendo però chi lo vuole fautore di un’uscita dalla moneta unica, ce l’ha coi presidenti francesi e con gli immigrati, è per l’autodeterminazione dei popoli ma non riesce a tenere la barra a dritta e non parla di quella negata alle genti africane da parte degli occidentali (francesi in primis) perché “si impelagherebbe” in un discorso sullo sfruttamento generale dell’Africa controproducente anche per le aziende italiane, sebbene un approccio del genere gli spalancherebbe la via di un’accusa frontale contro l’odiato Macron: a riprova del fatto che la realtà è complessa, è fatta di pro e contro, di zone d’ombra e di luce, di bianco e di nero che diventano grigio, mentre la politica gridata vive di slogan fondati sul riduttivismo dei problemi, non sulla loro rappresentazione realistica. Che, per quanto riguarda l’immigrazione, sarebbe la seguente, proverò a esprimerla con un breve dialogo.
B (blogger): “Onorevole Salvini, l’autodeterminazione dei popoli rimane un mantra anche della nuova Lega?”
S (Salvini): “Certo, ed è per questo che lottiamo contro l’Europa, perché difendiamo innanzitutto l’autodeterminazione  degli italiani”
B: “Anche quelli del Sud? Molti sostengono che ancora oggi in Italia esistono italiani di serie A e di serie B: lei cosa ne pensa?”
S: “Penso che se fosse vero bisognerebbe rimboccarsi le maniche, e scendere dai divani di cui ho parlato spesso a proposito di reddito di cittadinanza, per evitare che questo sia vero, se lo è”
B: “Ma esistono anche autodeterminazioni di serie A e di serie B?
S: “Può essere più chiaro?”
B: “Non pensa che molti popoli africani siano ancora controllati da potenze occidentali che non hanno alcun interesse a perdere la presa su vaste zone del continente per sfruttarne senza vergogna le materie prime, sottraendole così ai legittimi proprietari, i popoli africani appunto, ma che questo non importi a nessuno?”
S: “Io infatti voglio aiutare i popoli africani a restare a casa loro, e questo, evidentemente, significa anche migliorare le condizioni in cui si trovano”
B: “Il che implica, però, evitare uno sfruttamento che molti attori occidentali non sembrano disposti ad accettare”
S: “A quali attori si riferisce?”
B: “Alla Francia ad esempio, che condiziona – alcuni direbbero sfrutta – ben 14 paesi africani nonostante una loro indipendenza sulla carta risalente a decenni fa”
S: “Come forse sa, la Francia di Macron mi ha preso di mira più di una volta. Non farò finta di essere un suo sostenitore”
B: “Potrei riferirmi però anche ad alcune, troppe, aziende dell’Occidente in generale, che non lasciano spazio a quelle africane, considerato che il loro obiettivo è sfruttare le enormi risorse del continente impedendo lo sviluppo di un’industria  locale da cui non vogliono essere sostituite”
S: “Si dimentica che ci sono anche i cinesi in Africa”
B: “Ma ciò non toglie  che ci siano pure gli italiani: cosa pensa dello sfruttamento di molte, troppe, aziende italiane del continente africano?”
S: “Penso che le aziende italiane per lo più siano fatte di brave persone che portano aiuto e benessere agli africani. Se poi c’è qualcuno che sbaglia, immagino che esista una giustizia locale a cui rivolgere una tale domanda”
B: “Sono brave persone anche quando pagano bustarelle per vincere appalti?”
S: “Mi scusi, ma lei è sicuro di non essere l’inviato di qualche centro sociale?”
B: “E lei è sicuro di aver capito qual è il contesto da cui i giovani africani oggi scappano?”
S: “Sono gli italiani che mi pagano lo stipendio, non gli africani”
B: “La pagano per capire i problemi e dire loro come risolverli, non per fare propaganda. Finché gli europei vivono in Africa per sfruttarla e impoverirla non possiamo lamentarci se poi gli africani vogliono venire a vivere qui”
S: “Io credo che gli italiani che stanno in Africa portino capacità e opportunità per tutti”
B: “Dei benefattori insomma. Non le viene in mente che se un’azienda va in Africa, e ci rimane per anni, è perché ha interesse a farlo?”
S: “Ripeto: se ci sta creerà condizioni favorevoli alla popolazione presente nel territorio”
B: “Io credo che lei non abbia il quadro preciso della situazione, scusi se glielo dico. Molte volte le aziende straniere comprano gli appalti, e lo possono fare perché hanno maggiore disponibilità economica rispetto alle concorrenti locali, quando ci sono”
S: “Mi pare che lei stia esagerando, caro signore. E comunque se c’è un corruttore c’è anche un corrotto, non crede?”
B: “Assolutamente. Una genia di personaggi africani spregevoli frutto di un sistema lasciato a prosperare dagli imperialisti. Inglesi e francesi non se ne sono mai andati davvero. Hanno creato le condizioni della corruzione in un sistema sociale che hanno plasmato a propria immagine e somiglianza”
S: “E’ sempre colpa degli europei, lo so”
B: “Gli europei dell’Est, soprattutto all’inizio, pensavano che il capitalismo che si apprestavano ad adottare fosse un sistema corrotto, e che essere capitalisti significasse essere immorali. Era Marx che glielo aveva insegnato. Non oso pensare cosa abbiano potuto immaginare che fosse il capitalismo degli occidentali gli africani che dovevano farlo proprio dopo averlo subito per secoli”
S: “Ok, ok, ho capito: lei è uno di quei geni della sinistra che capiscono tutto. Io però non capisco tutto, sa, io non sono un genio come lei”
B: “Non bisogna esserlo, un genio, per comprendere che lei è un bieco demagog…”
Non terminai di parlare che una mano mi agguantò da dietro e mi sollevò dalla sedia.
Fine dell’intervista.

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