Il caso Regeni

Colpire gli assassini di Regeni significa colpire un sistema dispotico come quello di Al Sisi, fondato sulla violenza. Un sistema laico, però, il suo, che le potenze occidentali hanno preferito ad uno eccessivamente islamico. Un sistema laico e dispotico, e le democrazie occidentali hanno sempre saputo apprezzare i vantaggi delle dittature nei cosiddetti “paesi poveri”. Infatti, un dittatore può decidere velocemente, e si può comprare più facilmente sia da parte dei governi che delle multinazionali occidentali. Oggi Al Sisi interessa a molte potenze occidentali per la sua fame di armi, e non è un caso che di recente anche Macron lo abbia incontrato. Vuole vendergli lui quelle navi da guerra che l’Egitto doveva ricevere dall’Italia? Ma l’Italia quelle armi gliele venderà, caso Regeni a parte, e si comporterà come la Francia: separando il commercio dalle questioni morali. Come pensare il contrario considerato che le due fregate Fremm in consegna (anzi, una già consegnata in questi giorni) potrebbero anticipare la fornitura di ulteriore quattro navi dello stesso tipo nonché venti pattugliatori, ventiquattro caccia Eurofighter, venti aerei addestratori M346 ed altro materiale per un valore tra i nove e gli undici miliardi di euro? La commessa militare del secolo, come quella, fatte le debite proporzioni, di 200 miliardi di dollari pagata dalla dittatura saudita agli Usa di Trump nonostante un cittadino americano fosse stato sciolto nel frattempo nell’acido dall’erede al trono di quella feroce dittatura (feroce ma filoamericana, e quindi intoccabile). Per tornare all’Europa, Al Sisi interessa alla Francia anche in chiave anti turca, e non solo per subentrare all’Italia negli affari egiziani (come ha provato a fare anche il Regno Unito, ad esempio accaparrandosi una fetta nell’estrazione dal più grande giacimento marino del Mediterraneo scoperto dall’Eni). L’Egitto è una potenza regionale, e l’Italia non può credere davvero di potergli imporre il suo diktat da sola. Infatti, neppure gli Usa sono in grado di maneggiare con disinvoltura la patata bollente egiziana, che potrebbe ripiegare sulla Russia in caso di rottura con Washington. L’unica soluzione vera per l’Italia è un processo internazionale ai quattro farabutti coinvolti nella bestiale tortura, e nell’omicidio, di Giulio. Ma anche questo può comportare dei rischi per Roma, dato che si tratterebbe di mettere sotto accusa non solo alcuni agenti dei servizi segreti di Al Sisi, bensì un intero regime: una situazione, questa, ben diversa rispetto a quella vissuta con l’India per i fucilieri di marina. Una cosa sia chiara infatti: se Al Sisi avesse potuto sbarazzarsi facilmente dei suoi agenti lo avrebbe già fatto. E’ evidente, quindi, che la cosa è più difficile di quanto si immagini. In Italia ne sappiamo qualcosa: non fu infatti Mussolini a far uccidere Matteotti e a cercare poi di scaricare tutta la colpa sui maldestri sicari con risultati discutibili? Secondo lo storico americano Tomkins uno di loro, il capo, un italo americano di nome Dubini, avrebbe ricattato Mussolini per anni e avrebbe ottenuto da lui ingenti somme di denaro. Forse Al Sisi sarà più accorto del dittatore italiano, e quindi non tradirà gli assassini di Giulio anche per non essere ricattabile nel medio e lungo termine. 

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