Contro ogni pensiero forte, a partire dal marxismo e dal facile scientismo ai tempi del covid19

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Secondo me il marxismo ha fatto un grosso sbaglio dall’inizio.
Ha creduto di essere una dottrina più vera delle concorrenti. E’ a causa di tale presunzione iniziale che molti, e non solo i sadici per natura come Stalin, si sono sentiti autorizzati ad usarla come un martello contro gli uomini. In nome della Verità si è disposti ad uccidere.
Ma facciamo un passo indietro.
Perché il marxismo credeva di essere una dottrina più vera delle concorrenti? In molti ricorderete che il marxismo si distingueva dal socialismo imperante dell’epoca, in pieno Ottocento, in quanto l’unico “socialismo scientifico”. Scientifico, capite? Per tale motivo era stato definito come comunismo, per distinguerlo dal socialismo non scientifico alla Proudhon.
E scientifico, all’epoca, significava certo.
Ancora oggi si parla di “verità scientifiche”, dimenticando che le verità o sono verità con la “v” maiuscola, e hanno a che fare col tutto, o non sono verità – pur rimanendo sempre all’interno di un punto di vista umano, sia chiaro -. Sono, ripeto, punti di vista, in questo caso scientifici. Esistono tuttora degli scienziati che parlano di “verità scientifica”, come la defunta Margherita Hack, o Piergiorgio Odifreddi, ma entrambi non si sono mai spacciati, io credo, per profondi conoscitori della natura della scienza.
Sono solo dei tecnici, più o meno bravi, noti per essere dei divulgatori o dei polemisti, non certo dei grandi scienziati. Tale fatto li penalizza, però, in quanto oggi la scienza dovrebbe essere maggiormente consapevole della propria natura, che non è certo di tipo veritativo, bensì solo ipotetico come sosteneva anche John von Neumann, lui sì un grande scienziato, forse il più brillante del Novecento.
Come sono solo dei tecnici (o giornalisti) più o meno bravi quelli che, in tempo di pandemia, parlano di “vera scienza” per combattere il Covid19.
In realtà, abbiamo visto che dall’inizio ognuno ha detto la sua sul virus: mascherina no, mascherina sì; un metro di distanza no, 2 metri di distanza sì; pro vitamina D, contro vitamina D, etc. In tal modo, ci siamo dimenticati che si rimaneva, e si rimane tuttora, solo nel regno delle opinioni personali, a prescindere dall’autorevolezza dell’esperto interpellato.
Ma anche quando si sarà trovato un vaccino – posto che sia un obiettivo alla nostra portata, come ci auguriamo tutti (ma per Ebola poco o nulla è stato ottenuto ad oggi) -, anche allora non si potrà parlare di “vera scienza”, in quanto la scienza non avrà trovato alcuna verità nel vaccino. Né avrà dimostrato la sua verità. Mi spiego meglio.
La forza della scienza non sta nella capacità che ha di dimostrarsi vera: sta nella capacità di dimostrare la propria… forza, la capacità, cioè, di funzionare. E se i vaccini attuali funzionano, chi più e chi meno, non è detto che nel futuro non siano superati da qualcosa di ancora migliore, tenuto conto dei loro pro e contro, soprattutto dei contro, che siamo ben lontani dal conoscere completamente oggi.
La salute delle persone vaccinate, infatti, non è controllabile se non rispetto all’effetto immediato che si desidera ottenere.
Gli effetti del vaccino sull’organismo potranno essere considerati innocui dalla scienza del 2020, ma non lo saranno necessariamente da quella del 2350, o del 2711, sempre per via di quelle idee scientifiche in continuo movimento di cui si parlava, e che, sia chiaro, costituiscono appunto la forza – non la debolezza – della scienza. Magari un giorno anche l’attuale metodo scientifico galileiano verrà superato da un altro approccio diversissimo, oggi difficilmente immaginabile.
Insomma, non ci dimentichiamo che una visione d’insieme dell’organismo quando lo si cura è ben lontana dall’essere stata ottenuta nel 2020. E i vaccini continuano a rimanere delle ipotesi  di cura, non delle verità di cura, se per cura si intende il migliore e completo approccio terapeutico per la salvaguardia dell’organismo nel suo complesso. Infatti, tale risultato si potrà dire pienamente raggiunto una volta che si metterà la parola fine alla ricerca sull’organismo umano, una volta che non si potrà fare un passo in più nel conoscerlo e guarirlo, risultato ben difficile da immaginare oggi, e questo proprio considerando la natura della scienza, e della conoscenza umana, per come è concepita nel 2020.
Ecco, all’epoca di Marx la scienza risentiva del clima positivista imperante, dell’idea di progresso costante, e  così via, e Marx creò qualcosa  che si potesse dire certo in campo economico e sociale, come riteneva lo fosse la scienza della natura.
Infatti, era da tempo che gli scienziati del sociale rincorrevano Newton e la sua capacità di “spiegare” – non “interpretare” – la realtà, ahimé. Marx, ritenendo scientifico il suo socialismo, pensava di aver raggiunto la verità in campo sociale, e, ripeto, in nome della Verità molte cose si possono perdonare: anche tagliare le teste altrui, quelle degli avversari politici in primis, che una simile verità non intendono riconoscere.
Se poi il marxismo capitava nelle mani di un bestiale psicopatico come Joseph Stalin, che alcuni sedicenti intellettuali contemporanei ancora si permettono di difendere, ebbene, il gioco era fatto.
Vorrei far presente che molti, ancora oggi, sostengono Stalin perché amano le idee con la “i” maiuscola, e la loro nobiltà, contro la miseria della realtà umana. E’ la realtà che si deve adeguare all’idea, non viceversa, e quando la realtà ha la tendenza a non riuscirci, bisogna prendere drastici provvedimenti, anche massacrandola.
E’ la malattia degli intellettuali quella di amare troppo le idee, e il mondo perfetto che rappresentano, e poco gli uomini: il grande storico Robert Conquest parlava a tal proposito di “ideite”, nel suo bel saggio intitolato “Il secolo delle idee assassine”.
Del resto, ripeto, Marx viveva in un mondo in cui tutto ciò che era scientifico era vero per definizione.
E dopotutto, non era stato lo stesso Galileo a ritenere che Dio e l’uomo possedessero la stessa conoscenza della natura, dato che entrambi capivano il linguaggio matematico con cui essa, la natura, è scritta, e la differenza stava solo e soltanto in una questione di quantità, e non di qualità? Non era vero – come scrive il compianto Emanuele  Severino – che il cardinal Bellarmino risultava paradossalmente più moderno di Galileo quando gli consigliava di presentare le sue teorie sul Sole e la Terra non come verità ma come ipotesi scientifiche (per tornaconto, ovviamente, ma tant’è)?
Marx, però, riteneva di aver capito sino in fondo il meccanismo del sistema economico, e quindi riteneva che si potesse, in nome di tale conoscenza, ossia di tale verità scientifica, scatenare una rivoluzione.
In un certo senso, si potrebbe anche ipotizzare che non è vero che la scienza non abbia mai scatenato “guerre religiose”: l’ha fatto in grande stile almeno per una volta, col marxismo appunto.
Infatti, chi poteva negare che, stando ai parametri dell’epoca, il marxismo non fosse scientifico? Si potrebbe concludere che anche la scienza può risultare pericolosa per l’uomo: sia quando è in grado di scatenare una rivoluzione, sia quando ha la pretesa di detenere la verità.
Ricorderete che possiamo annoverare non poche discipline scientifiche del passato che non esistono più, e che pure hanno fatto parecchi danni.
Pensate soltanto a Cesare Lombroso e alle sue idee bislacche sull’uomo e la sua intelligenza, che tanto hanno contato nella vita di milioni di persone. Vorrei far presente che Lombroso è lo “scienziato” italiano dell’Ottocento ancora oggi più famoso nel mondo. Ed è stato quello sugli scritti del quale si basavano le autorità statunitensi – le autorità statunitensi! – per selezionare i migranti, italiani compresi, a Ellis Island.
Per lui i meridionali della Penisola erano uguali a degli africani (detto in senso negativo, ovviamente), mentre i settentrionali (a parte i liguri) erano uguali ai “migliori europei”. Non mi stupisco che Tolstoj, uomo di grande sensibilità, abbia preso a male parole Lombroso un giorno, durante una delle loro conversazioni immersi in un laghetto della tenuta russa dove viveva il celebre scrittore.
Si potrebbe aprire adesso la questione di tutti i danni che ha fatto la scienza applicata all’uomo, dalla psichiatria all’eugenetica alla psicoanalisi stessa, la cui ambiguità è un buon esempio per capire proprio questo: che è sempre difficile valutare la natura di un ambito della conoscenza umana, compresa la sua “scientificità” (Popper docet). Ma forse solo perché è la scienza stessa a far fatica a definirsi: perché gli scienziati stessi, spesso, pensano di avere la verità in tasca, e di scoprire le cose per come sono davvero.
Concludo dicendo che anche Emanuele Severino, da me assai stimato, è caduto vittima di una ambizione “da pensiero forte”. Scomodo lui perché è uno dei maggiori paladini di tale pensiero in Italia, e, forse, in Europa negli ultimi decenni. E lo scomodo anche per segnalare che spesso coloro che in Italia sostengono Severino non sono certo marxisti: ecco, forse dovrebbero rivedere le proprie categorie, perché marxismo e severinismo fanno parte dello stesso insieme filosofico.
Egli ritiene – ed eccoci alla seconda parte del mio discorso – che la Follia dell’Occidente sia stata quella di credere che le cose vengono dal nulla e vi vadano a finire. Severino crede che questo sia il nichilismo imperante, la malattia dell’Occidente. Ad esso contrappone il suo pensiero, che nel nulla non crede, sebbene dica di stimare alcuni paladini del nichilismo occidentale come Nietzsche o Leopardi, da lui considerato un finissimo pensatore. Lo contrappone, il suo pensiero, partendo da considerazioni molto interessanti e profonde.
Ma, mi chiedo, non è caduto pure lui, Severino, in quella che è stata ed è tuttora un’altra tendenza generale dell’Occidente? Una tendenza nata ancora prima di Galileo, ed ancora più fondamentale del nichilismo di cui Severino si occupa, ossia quella di credere, erroneamente, che il nostro pensiero sia certamente calibrato sulla realtà, che ritiene di poter afferrare.
La sua posizione, esattamente come quella dei suoi avversari nichilisti, non cade nella stessa errata concezione, o per meglio dire presunzione, circa la capacità che il pensiero ha di cogliere la realtà? La Follia dell’Occidente non consiste proprio nella credenza degli uomini di possedere un pensiero fatto su misura della realtà che pretendiamo di capire partendo dalle categorie del pensiero stesso, categorie come quella di essenza, a cui invece la realtà potrebbe essere del tutto, o in gran parte, impermeabile?
E’ solo una domanda, vorrei precisare.
Ed è quella di chi si chiede, insomma, se il pensiero non sia come una rete da pesca che quando trae in superficie i pesci li uccide, senza permetterci quindi di capire davvero cosa essi siano nel loro ambiente reale, nel loro elemento, che, la rete, è ben lontana dal riuscire ad afferrare. Elemento, l’acqua, che infatti scorre via inevitabilmente, in rivoli, tra le povere maglie di questa rete da pesca tanto pericolosa quanto inefficace per comprendere la realtà viva delle cose…
Il grande filosofo e scienziato Ernst Mach, il nonno della teoria della relatività secondo Einstein stesso, a proposito delle leggi fisiche sosteneva che esse sono “schemi di organizzazione e sistematizzazione dei dati sensoriali e strumentali, in sostanza un prodotto umano”.
Si parva licet, io dico sempre che il pensiero è il prodotto migliore  dell’uomo come il miele lo è dell’ape: ma come sbaglierebbe l’ape a voler riportare ogni cosa al miele, capace come è di soffocare tutto ciò su cui viene cosparso, allo stesso modo l’uomo sbaglierebbe a voler riportare la realtà al pensiero, perché il rischio è che il pensiero la soffochi.
Altro che pensiero forte. Il pensiero che crede di capire è quello che soffoca le cose, che le strangola, che quando le afferra le uccide.
La sua forza è, inevitabilmente, la sua debolezza. Il pensiero forte è, insomma, debole, molto più debole di quello che si considera tale per principio.

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