Il secolo cinese?


La Cina moderna è stata inaugurata in grande stile dal presidente Deng. Fondamentale fu la disponibilità di investire in Cina da parte di alcune regioni particolari e con grandi capitali, come Hong Kong e Taiwan. Taiwan, infatti, pur essendo da sempre la “provincia ribelle”, è popolata da cinesi del continente arrivati lì da prima di Chiang kai shek: per loro investire in Cina significa investire nella vecchia patria. Ma non si trattava solo di questo: medici, scienziati, ingegneri di Taiwan, come di Macao ed Hong Kong, trovavano e trovano tuttora ponti d’oro in Cina. Ovviamente, Pechino sta investendo moltissimo nella formazione di proprie figure professionali. Ed infatti molti ragazzi che se lo potrebbero permettere non vanno più a studiare negli Usa, rimangono in Cina. E in Cina vanno a laurearsi, e a specializzarsi, molti occidentali, a partire dall’ambito economico, come nella prestigiosa business school di Shangai.
Coloro che hanno disponibilità economica sono ormai alcuni centinaia di milioni. Sono coloro che vivono nelle città. Quelli che studiano sui libri ideologici del regime e che poi se ne infischiano della politica molto più dei padri, puntando tutto sulla carriera e sui soldi. I padri magari fanno parte di quella burocrazia corrotta che cerca di guadagnare dalla continua crescita del paese; il quale non, è come si dice, un’economia a conduzione ideologica comunista: no, è un capitalismo autoritario dove di comunista non è rimasto nulla. A parte la povertà di molti, soprattutto delle persone delle campagne, che fa da spinta alla crescita del paese. Infatti, è proprio la disponibilità di moltissima manodopera a basso costo, ma ad alta produttività, che garantisce tuttora lo sviluppo, attirando capitali dalle multinazionali straniere che delocalizzano volentieri in Cina, molto più che in qualsiasi paese del mondo. Ovviamente, per evitare che altri paesi asiatici, con manodopera altrettanto produttiva ma ancora più economica, prendano almeno in parte il posto della Cina, Pechino segue molte altre strade per la crescita, tra cui gli investimenti non solo nella formazione, come dicevo, ma nello sviluppo e nella ricerca. Già 15 anni fa uno dei maggiori esperti di super calcolatori aveva deciso di tornare in Cina da cui era partito perché lì avrebbe trovato opportunità che non si trovavano neppure nella Silicon valley, e questo ha fornito a Pechino alcuni dei più grandi calcolatori del mondo per scopi scientifici e militari. 
Per tornare al comunismo cinese, che non esiste più a tutti i livelli (nei campus universitari ci sono i casermoni per gli studenti poveri e le zone per quelli ricchi), si è sostituito all’ideologia maoista il mantra del capitalismo più spinto, lo sfruttamento di ampie parti della popolazione rurale, la quale va nelle città per servire i nuovi benestanti del paese. I quali, ripeto, non hanno alcun credo ideologico (presto scoprono le bufale dei libri di testo scolastici), solo cinismo, ossia l’obiettivo di arricchirsi tanto e presto (alcuni giovani però – quanti non si sa – sembrano voler tornare a Mao per via degli eccessi del capitalismo attuale). Sono loro, la nuova borghesia formata nelle migliori scuole, la massa a cui il regime deve stare attento, non i poveri, perlomeno nell’immediato. Il regime infatti per salvaguardare se stesso deve mantenere l’idea di uno stato adatto ad uno sviluppo armonioso del paese nel suo complesso, anche se ormai non ci crede più nessuno. In realtà, ripeto, si tratta di un capitalismo autoritario simile a quello che c’è a Singapore: e nessuno ha mai pensato di associare Singapore ad una dittatura comunista. La Cina anzi usa da oltre 50 anni la carta del nazionalismo (vedi nel caso di Taiwan trattata da “provincia ribelle”).Esistono però forti tensioni interne, e non solo nelle campagne. Il popolo, stanco della corruzione dei mandarini, non accetta una diminuzione dei casi di pena di morte: molti giuristi la vorrebbero eliminare per i reati economici ma i cinesi non vogliono sospettando una collusione tra giudici e funzionari che intascano le bustarelle. 
La Cina compra il debito americano, attrae investimenti stranieri, cerca di creare delle propri aziende nazionali innanzitutto inglobando quelle di alcuni paesi tecnologicamente avanzati per migliorare la qualità dei propri prodotti. Con alcuni è più facile, con altri meno, ma è indubbio che la Cina oggi non sia più un paese che copia (soltanto). E’ notizia di pochi giorni fa che si vuole smettere di costruire grattacieli all’americana. Bisogna tornare alla propria tradizione anche a livello architettonico. In realtà fu la rivoluzione culturale a distruggere gran parte del patrimonio e dell’identità cinese, anche solo con scelte urbanistiche come quelle di spazzare via quartieri antichi per lasciar posto ai nuovi palazzi per uffici: l’isola davanti a Shangai, Pudong, doveva diventare una nuova Manhattan della New York asiatica del ventunesimo secolo. La velocità del cambiamento è stata tale che ogni anno il centro della città, appesantita dal troppo cemento, sprofonda di qualche millimetro. C’è stato un tentativo di deamericanizzazione ma non viene sostenuto dalle autorità: almeno, così è stato sino a poco tempo fa. Meglio certi valori americani come il consumismo che vanno a riempire il vuoto di una ideologia ormai morta rispetto a contenuti pericolosi per il sistema come quelli del movimento Falun gong. 
Secondo Deng Mao fece molte cose buone. Certo non l’industrializzazione forzata (1957-1959) né le purghe della rivoluzione culturale (1966-1975): inculcò la xenofobia, cercò di eliminare le differenze tra città e campagna e tra lavoro manuale e intellettuale mandando molti studenti a zappare i campi, ma quando morì i contadini furono contenti di poter riavere il proprio orticello. Mao fece molti più morti dei giapponesi occupanti nonostante scempi dell’impero del Sol Levante come il famigerato “stupro di Nanchino”. Ancora oggi per questa e altre vicende i cinesi chiedono le scuse dei giapponesi: e come i turchi negano l’eccidio degli armeni le elite del Sol levante glissano e presentano la Seconda guerra mondiale  a modo loro sui manuali di scuola. Il Giappone è anche accusato di riarmarsi con la scusa della nuova minaccia cinese.

La Cina, dicevo, è diventata una Singapore gigante dove il regime deve accarezzare dalla parte giusta del pelo la grande massa del ceto medio-alto. Quello che lavora a Shangai in primis, una città che già negli anni Trenta del Novecento, prima dell’avvento del comunismo (vero), era una delle metropoli più dinamiche del mondo sotto certi aspetti. Ed è a Shangai che si vuole riportare il centro nevralgico dell’economia cinese. I fatti di Hong Kong di questo periodo sono solo in parte collegati ad un disegno del genere. Infatti, io credo che Hong Kong, fatta tutta di quel ceto medio alto di cui parlavo, debba essere d’esempio ai benestanti del continente. Nel continuo gioco di spartizione del potere, dove la nomenklatura continua a detenere una grande autorità e lascia molto spazio all’iniziativa individuale, come già fatto ai tempi di Deng con scelte di tipo innanzitutto finanziario, i politici vogliono dimostrare di essere in grado di controllare il dissenso anche quando venga dal mondo della nuova borghesia. Sto parlando del ceto medio, perché i tycoon di Hong kong dall’inizio avevano preferito stare dalla parte del Governo di Pechino pur di continuare a fare soldi. Nel frattempo la nuova Cina capitalista sta usando la Corea del nord come gli Usa il Messico, aprendo fabbriche dove sfruttare manodopera a basso costo. Aiutare la Corea del nord significa impedire un’unificazione della penisola che potrebbe portare il paese sotto l’egida americana. Già ora i coreani del sud investono in esperimenti industriali periferici, ma il grosso viene dalla Cina. 

Tutto è cambiato dai tempi di Mao a parte il partito unico che però non può attaccarlo perché da lui fondato: sarebbe un po’ come delegittimare se stesso facendolo. E invece il partito vuole continuare a stare in sella per godere degli enormi privilegi di essere alla guida di una nazione che ogni giorno diventa sempre più ricca e potente. I punti a cui i funzionari fanno appello per legittimarsi sono l’ordine e la stabilità, non certo l’ideologia comunista che non esiste più. Aprire alla democrazia significherebbe però spingere i contadini a votare per i comunisti ora che c’è una dittatura di destra. Deng, figlio di un proprietario terriero che lo mandò in Francia,  è il vero padre della Cina moderna, suo è il motto “Non importa se il gatto è bianco o nero, purché acchiappi il topo” o “Arricchirsi è glorioso” o “Taci e ti farò ricco” ma di certo altri personaggi dello sport o dello spettacolo lo superano per fama, soprattutto tra le giovani generazioni. Fu anche il responsabile del massacro di Tienanmen del 1989, quando il segretario del partito Zhao Ziyang venne arrestato perché considerato, a torto, connivente coi rivoltosi. 
L’apertura al mercato non è diventata un’apertura alla democrazia perché i membri dell’elite politica guidano le grandi imprese, in uno scenario però molto più frammentato di quello russo. Da qui il maggiore consenso. Del resto è proprio perché la Cina non è una democrazia che molte multinazionali europee e statunitensi, infastidite da elementi di civiltà indesiderati fuori dall’Occidente (ma anche dentro, verrebbe da chiedere) come sindacati o stampa indipendente, hanno preferito investire in Cina e non in India, dove il materiale umano, soprattutto all’inizio della disfida tra i due colossi asiatici, era superiore, con molti più ingegneri, fisici, matematici, etc. La dittatura può restringere i tempi di sviluppo di un paese ma al prezzo dei diritti umani: la differenza tra ex Urss e Cina docet, e con questo ragionamento, io credo, alcuni giustificano uno sbandamento dittatoriale della Russia di oggi. 
Dice Rampini che il dinamismo spesso non va d’accordo con la libertà a causa di tutti i veti incrociati presenti spesso in democrazia, ma è anche vero che un forte dinamismo spesso porta con sé gravi ineguaglianze che creano tensioni. E dato che in un sistema illiberale  non c’è confronto e dibattito, spesso tali tensioni passano in sordina finché non esplodono. In Cina i sindacati sono fuorilegge a parte quello di Stato, e di quest’ultimo i rappresentanti massimi nelle aziende sono… gli amministratori delegati!Questi concetti, che possono essere  studiati come elementi del sistema politico umano a geometria variabile, forse possono aiutare a capire  anche le differenze tra le varie democrazie, e non solo quelle tra democrazie e dittature (dittature a propria volta spesso molto diverse tra loro). Il Regno Unito è molto più dinamico dell’Italia ma vede al proprio interno maggiori ineguaglianze? Ma se è così, il fatto che si conoscano tali ineguaglianze – se è vero che si conoscono – aiuta ad alleviarle? A meno che parlare delle povertà nel Regno Unito sia una sorta di terapia per mantenerle, presentandole nel modo giusto per non scatenare il malcontento popolare, e aggiustando il tiro delle politiche sociali quel tanto da renderle più sopportabili. 
Ma i poveri rimangono (vedi i non pochi casi di studenti poveri che uccidono quelli ricchi), e non è detto che anche le elite economiche cinesi non possano chiedere prima o poi più democrazia. Oggi però questi “chuppie” sono, come dice Rampini nel libro “Il secolo cinese” da cui ho tratto molte delle presenti informazioni, economicamente appagati e politicamente passivi. Ciò non toglie lo spirito di libero mercato sia di Deng che del successore Jiang Zemin per il quale il partito comunista doveva accettare anche di rappresentare – udite, udite – i nuovi ricchi. Oggi la Cina su pensioni e sanità è più simile agli Usa che all’Italia, ma non molla sulla questione dittatura perché punta sul paternalismo confuciano e sul negare che il pluralismo occidentale vada bene per il gigante asiatico. I cinesi in realtà hanno fatto brevi esperienze di democrazia: brevi, ma di successo. 
La burocrazia cinese è corrotta, e i suoi membri, almeno quelli di livello medio-basso, vanno spesso a finire in carcere. Ma finché il partito rimarrà autoreferenziale sarà difficile un cambiamento. Anche le inchieste giornalistiche sanno dove fermarsi: sono seguitissime, ma non vengono osteggiate proprio per tale motivo, perché se da un lato fanno luce su molti casi di corruzione dall’altro sanno che senza la protezione dei massimi vertici dello Stato non andrebbero da nessuna parte, il che significa non toccare le dinastie dominanti. Rampini parla di “terapia controllata contro la corruzione” come “alternativa rispetto alle proteste sociali spontanee che preoccupano il partito”.
I cinesi sono ossessionati dai risultati, a partire da quando vanno a scuola, e questo è uno dei motivi per cui ottengono alti punteggi tra gli studenti del mondo valutati dall’Ocse. Non si tratta solo dei vantaggi di buoni programmi di studio imitati non a caso dal sistema americano (mediocre quasi quanto quello italiano in simili valutazioni internazionali): si tratta di un contesto innanzitutto familiare dove chi non ottiene risultati è considerato un perdente, e gli viene rinfacciato in continuazione. Nonostante un approccio tanto ruvido, i funzionari rubano. Il sistema pubblico non sembra aggiungere granché di positivo a quello generale ed è fatto per sostenere un sistema piramidale, dittatoriale. L’idea è quella che l’economia, soprattutto un’economia dinamica come quella cinese, riesca a rimettere in careggiata eventuali sbandate. Ma la questione vera è che ciò è falso, e che di fronte ad una sbandata particolarmente grande, che tocchi il potere di Pechino, noi non sappiamo cosa succederà. E non sto parlando solo di disastri interni. 
Del resto la Cina ha sempre il problema dell’infanticidio delle bambine, con la conseguenza che ci sono più maschi che femmine. Era stata vietata addirittura l’ecografia per impedire di sapere il sesso del nascituro, per evitare continui aborti di genere. Ma una società con troppi maschi giovani è una società più pericolosa, più instabile, più propensa alle guerre interne ed esterne, e non solo in Cina. 
La Cina sviluppò il suo programma nucleare con l’aiuto sovietico. Prima però aveva partecipato alla guerra di Corea nel 1950 costringendo gli Usa alla difensiva. Johnson stette per ordinare un attacco ai siti nucleari cinesi, per poi fare marcia indietro. E siamo nel 1964. Ora la Cina ha una grande capacità militare, molto superiore a quella del passato. Una capacità dovuta al fatto che deve difendere le rotte con cui si procaccia le materie prime fondamentali per il suo enorme sviluppo: una bomba a orologeria nelle mani di un società destinata all’aggressività come quella cinese?
UNA CONSIDERAZIONE DISTOPICANon fu una dittatura, quella argentina, che decise di impelagarsi in una avventura senza ritorno come quella della guerra delle Falkland? E la Cina che cosa è se non un’enorme Argentina che per un’isola, Taiwan appunto, potrebbe tentare il colpo di mano? Il dittatore argentino lo fece per irrobustire la propria posizione all’interno del paese. Perché questo fanno i dittatori: dei colpi di mano per distogliere l’attenzione delle masse da problemi interni. Certo, al posto del Regno Unito di fronte alla Cina ci sarebbero gli Stati Uniti d’America. I quali, è vero, non sono  “proprietari” di Taiwan, come gli inglesi delle Falkland, ma sono legati a Taipei da un patto militare. Il dittatore argentino agì in un periodo in cui il Regno Unito era molto indebolito rispetto al passato. Ma non è esattamente questo che diciamo degli Usa da tempo? Che si sono indeboliti in generale, e certamente rispetto alla Cina? E La Cina non potrebbe spinta, ripeto, da necessità interne, approfittare di un momento di particolare debolezza degli Usa per tentare un colpo di mano anche considerato che Taiwan, al contrario delle Falkland, non è un territorio americano? Ma agli Usa la spina nel fianco della Cina chiamata Taiwan ha sempre fatto molto comodo. Sino a dove sarebbero disposti a spingersi in un confronto diretto con la Cina è difficile dire. Alleati degli Usa come Australia e Singapore hanno già fatto sapere di non essere disposti a combattere contro la Cina per la difesa di Taiwan, a cui Pechino ha sempre guardato in realtà con ingorda benevolenza: tempo fa stava pensando anche ad un collegamento sottomarino (per far passare più facilmente i carri armati, mi verrebbe da aggiungere…). 

Scenari come questo sono sufficienti per pretendere dalla Cina, e dai cinesi, maggiore prova di maturità politica: è proprio la grande potenza cinese fondata, attenzione, non sullo Stato, ma sulla capacità imprenditoriale e di autodisciplina di una gran parte del popolo, che deve spingere il resto del mondo a chiedere un cambio di passo, un cambiamento del sistema politico. Una superpotenza in tensione perenne con gli Usa l’abbiamo già vista, era l’Urss; ma l’Urss era un paese a economia pianificata, non capitalista come quella cinese. In questo senso la Cina assomiglia di più all’Argentina dei colonnelli. Uno potrebbe rispondere che uno scontro tra Argentina e Regno Unito poté avvenire proprio perché non erano in gioco delle superpotenze: che le superpotenze nucleari stanno molto attente a scontrarsi tra loro, e che comunque anche nello scontro delle Maldive Londra sottolineò sempre di non aver alcun interesse ad attaccare le città argentine, forse per non innescare una reazione del popolo sudamericano sino a quel momento piuttosto apatico per via della sua insofferenza al regime militare. 
E’ vero, ma uno scontro tra una grande potenza asiatica e una superpotenza come gli Usa c’è già stata, non è vero che gli asiatici non abbiano già dimostrato di essere pronti allo scontro con Washington, e sebbene qui non si tratti di una questione di vita e di morte – Taiwan non lo è in effetti né per Cina né per gli Usa mentre lo strangolamento energetico per mano di Washington lo fu per il Giappone che infatti attaccò a Pearl Harbour – non è detto che nel frattempo il quadro non possa cambiare al punto che Formosa possa solo diventare la scintilla di un serbatoio di attriti ben più grande. 
Ecco perché sarebbe opportuno che quando questo avvenisse a Pechino non comandasse una nomenklatura poco interessata alla volontà, e agli interessi veri, del suo popolo. I segnali che molti cinesi non vorrebbero più la dittatura c’è. Già nel 2005 i burocrati impedirono di parlare della morte di Zhao Zijang, il democratico di Tienanmen. Chiedere ai ventenni, ai trentenni e ai quarantenni di affrontare lo Stato cinese può sembrare assurdo, dato che nel frattempo la Cina cresce. La stabilità ha contribuito, secondo alcuni, a questo sviluppo. Può essere, ma è certo che la Cina è fatta per la democrazia, è la sua storia a dirlo: chi pensa il contrario o è ignorante o è in malafede. E all’interno del partito unico esistono già delle correnti che potrebbero essere i partiti del futuro.La nomenklatura degli anni Novanta che aveva sostenuto il cambiamento del sistema economico si diceva indispensabile per una questione di stabilità, dicevo; poi di mantenimento della giustizia sociale: ora che la stabilità non è più necessaria, nel senso che la Cina è capitalista e può procedere con le gambe di una società libera sempre più benestante, e la giustizia sociale non esiste più, l’oligarchia politica potrebbe farsi da parte, al di là dei desideri di quella economica, che spesso, in ogni parte del mondo, sostiene un Governo autoritario che permetta lo sfruttamento dei lavoratori, tanto più in Cina dove le due oligarchie si sovrappongono non poco. 
Ma se mai la crescita diminuisse e aumentassero i casi come quelli di Hong Kong esplodendo nelle zone limitrofe ad esempio (questo è il rischio che Pechino vuole evitare con la reazione violenta nell’ex dominio britannico), ossia nel ricco Sud, va da sé che un regime sempre sul chi vive si comporterebbe ancora peggio di come sta facendo oggi nell’ex isola britannica complice il covid19. 

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